giovedì 13 agosto 2015

diritto e investimento

"È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti. Se guardiamo all’istruzione come un investimento, le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche. I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi. Ma chi li completa avrà opportunità maggiori, in Italia o all’estero."  [da un pezzo scritto da Stefano Feltri per il Fatto Quotidiano, che leggete per intero QUI]
Spiace ammettere che quello che un tempo era, per Costituzione, un diritto inalienabile, il diritto allo studio, coi tempi che corrono è diventato, invece, un investimento: il che non nega soltanto il valore stesso del diritto, ma anche il senso più alto della Costituzione, che se non garantisce lo studio, il lavoro, la dignità dei cittadini e degli uomini tutti, allora non si capisce che ci sta a fare. E infatti piano piano la stanno sgretolando perché inutile ai tempi che corrono, tempi che non chiedono diritti, ma investimenti. 
L'articolo è argomentato male, pieno di lacune, e non si capisce dove vuol andare a parare, però è scritto dal vicedirettore del Fatto Quotidiano, laureato in economia alla Bocconi. Appunto.

una cartolina dall'islanda

Si suggella così il tuo lungo viaggio
e il nostro breve che per poco
ci portò un romanzo: il breve lampo
del tuo slancio senz’amore
ma incapace di slegarsi dal mio amore
(né disse mai l’amore di volerci)
soltanto per averci complici
e compagni di perdenza per il giorno
del tuo ritorno a casa anguilla mia.

Mi scrivi dalle coste dell’inverno
in una luce tutta notte tutta inverno
mai più salvezza tu mai più l’eterno
ma serratura (toppa e chiavistello)
da serrare in vista dell’averno:
cruna che dall’abisso di un vulcano
ci schiude una parola il tuo saluto
poi viene divorata dall’incuria dallo sputo
dei postini infreddoliti. Perdonali

non sanno.

mercoledì 12 agosto 2015

mike, ungà e la poesia in italia

Scrive Alberto Casadei in uno degli infiniti interventi sul futuro della poesia che in questi giorni intasano i giornali: “Ho sempre considerato molto significativo, sui destini della poesia in Italia, un piccolo episodio raccontato da Mike Bongiorno in una sua intervista televisiva. Pare che, quando presentava «Lascia o raddoppia», un giorno capitasse negli studi Giuseppe Ungaretti, che il giovane Mike non conosceva nemmeno di nome. Notò comunque il grande ossequio che tutti i tecnici e in generale i presenti profondevano verso questo signore già un po’ attempato, e capì che anche lui si doveva adeguare. La nuova cultura massmediatica e quella umanistica s’incrociarono per un momento, e la seconda riceveva ancora il massimo rispetto dalla prima.” Poi l’autore prova a descrivere, in breve, gli infiniti danni che la Scuola della seconda metà del secolo scorso ha inflitto alla nostra cultura umanistica e fa delle proposte condivisibili ma che non interessano a nessuno che comandi. Mi verrebbe da dire che oggi l’Italia è piena di Mike Bongiorno che si credono Giuseppe Ungaretti (e spesso frequentano Lettere). Addio mio Novecento. 

L’articolo di Casadei si può leggere QUI.

sabato 8 agosto 2015

le parole preferite

In generale mi piacciono tutte le parole che cominciano con Z, forse perché ti danno l’idea di essere parole scomode, le ultime della partita, già quando le pronunci sulla lingua. In particolare mi piacciono: la parola Zavorra, perché mi fa pensare a tutte quelle cose che ti porti dietro, spesso tuo malgrado, anche se non sono indispensabili, e sono praticamente le sbavature che danno significato alla tua storia. Mi piace la parola Zappa, perché è stata la prima parola con cui ho capito la differenza fra nord e sud (al nord hanno la Vanga, mi diceva mio nonno, perché lì la terra è soffice e ricca, e la gente sta sempre a testa alta, mentre qui la terra è aspra e piena di sassi, e allora noi usiamo la zappa, che ti costringe a stare piegato). Poi mi piace la parola Zingaro. Adesso si usa tanto la parola Rom nei telegiornali, quando sembra che vogliano tutti puntualizzare sull’etnia, a me in verità pare una sigla fredda. Zingaro magari è meno corretto ma è più bello, perché dentro ci senti tutto un mondo di avventure e di pericoli, com’è appunto quello del cuore. Il cuore è uno zingaro e va, cantava Nada, e tu ti ritrovavi calato in un paesaggio impetuoso di Salgari. Pensa se invece fosse stato: Il cuore è un Rom e va. Non funziona. Dove va un cuore così? Nei centri di Accoglienza, non certo senza catene per il mondo. 

Nota. Ho scritto questo pezzo in risposta a un bellissimo post sul blog di Paolo Nori, che potete leggere QUI.

giovedì 6 agosto 2015

petterusse

«A kjéne kjéne, petterusse!»
lucculève attaneme da riète
ca ij fuscève nnànde
i me spascève a képe sope i piète.

Russe pur jídde p’a fatigghje
spascève i piète pu martidde
sópe a ferrovie. «Nna jè a stessa cose»
se mbriachéve a sère, «fatiè pe l’ólte
pe campè a sciurnète
o acchiarse na fatigghje ca te pièsce.»

Può pegghjève sunne a kjéne kjéne
sópe a banke. «Kèr è libertà
i kèss è capitalismo. Mbàrete,
ca i ciucce vone nnànde, petterusse,
ma u munne u spàscene i paruòle.»

I m’accattève i libre pa fatigghje
pe ffè a revoluzione nziéme a jídde.

I nna sapève nudde ca na dígghje
m’è appeccète mpitte u stésse fúke
u cante ca na dígghje a spascè u munne
pi paruòle, ca so piète p’u scarpidde.

U sacce bbúne jí, ca i fatigghje.


Traduzione

«Piano piano, pettirosso!»
Gridava mio padre da dietro
che io scappavo avanti
e mi spaccavo la capa sulle pietre.

Rosso pure lui per il lavoro
spaccava le pietre col martello
sulla ferrovia. «Non è la stessa cosa»
si ubriacava la sera, «lavorare per gli altri
per campare la giornata
o trovarsi un lavoro che ti piace.»

Poi prendeva sonno piano piano
sulla tavola. «Quella è libertà
e questa è capitalismo. Imparalo
che i ciucci vanno avanti, pettirosso,
ma il mondo lo spaccano le parole.»

E mi comprava i libri col lavoro
Per fare la rivoluzione insieme a lui.

E non sapeva nulla che un giorno
mi si è acceso in petto lo stesso fuoco
il canto che un giorno spaccherà il mondo
con le parole, che sono pietre da scalpello.

Lo so bene io, che le lavoro.

martedì 4 agosto 2015

il mio sud

C’è chi si sradica il Sud dal cuore
come una pietra dallo scasso
lì dove gli emigranti sono cani sciolti
e indirizzati al macello. E portano
l’abito buono. Ma tu non conosci il Sud
non vuoi saperlo e nemmeno ti morde
il calcagno la screscia velenosa
dei giorni che pettegola ti si attacca
al cazzo per vomitarti addosso il suo
rancore livido e la sua passione di
bizzuoca ammaestrata allo scirocco
e alla grattugia. E non conosci
che l’amore rammendato del randagio
né quello di verme nel formaggio punto
allevato a trozzolare nel pastone e poi
nutrito nell’invidia e nel peccato
di chi ha poca voglia e piglia
non per fame ma per odio del fratello
e poi lo sgozza la domenica nel sugo.
E si rivolta negli usi strafocati dagli odori
del paese né si dà conto degli aranceti
gravidi e marciti all’ombra dell’Ilva
nel silenzio dei potenti e dei poveri.
C’è chi si pente ogni giorno
per questo abuso carnale e edilizio
e prega prisciato di sé e del bello che in sé
vede sotto gli ulivi unti a cacasangue
per la gloria d’Europa e di Monsanto
e in penitenza strofina le palme
con visionaria ferocia sulla pelle ustionata
dei braccianti e sogna accecato a occhiaperti
ma senza più rivelazione la vendetta
giurata dai Borboni ai politici e ai preti
e ai traditori e agli infami che l’hanno
svenduto il nostro Sud per un piatto di fave
e di sivoni d’uva asprigna come i cuori
piegati dalla zappa e bestemmiano
i figli d’essere nati a prenderne il posto
coll’unto addosso della mola
e il destino già scritto dei muli
che trascinano le casse ereditate dai nonni
e dentro portano i pinnacoli rubati ai loro trulli
da rivendersi alle squadre dei paretari
albanesi o indossare a coppie
invece dei testicoli.

lunedì 3 agosto 2015

passerotti

Ho fatto un sogno in cui eravamo, in tre, perduti in giro per l’Italia a fotografare piazze deserte di città deserte che sembravano sconfinate pianure di ghiaccio. Leo raccoglieva, da collezionare, gli scheletri dei passerotti caduti al suolo e pietrificatisi, ed Eva mi diceva che erano fossili di sogni finiti male.

cosa il mondo

Non ho mai capito cosa il mondo volesse da me che non potessi restituirgli in versi.

sabato 1 agosto 2015

mi piace il tuo naso

«Mi dà troppa tristezza la poesia
né voglio più esserne informata.
Io vivo in un mondo senza tempo
negli anni che più non sono i miei».

Si stava all’ombra in afa
della sua fresca vedovanza.
Amava un giornalista – l’ombra incancrenita
di una attualità senza più vita

e ormai passato in RAI, cane
al guinzaglio. Lei acerba e folle, non arresa
ma un po’ stanca. Io già autunnale
e un po’ ammattito per amore

le citavo versi di Sandro Penna ché tutto
le mostrassero di sé, del cuore
come se in partenza noi fossimo
già scritti, e per questo sollevati dal dolore.

«Non consola» ripeteva «non consola»
senz’alcuna gratitudine. E mi pigliava,
da dentro, come un fuoco di Sant’Antonio
per tutti i Sandro Penna andati in bianco.

«Ma non ti basta sapere che ti amo, adesso ora
né più ti lascio sola! Che altra attualità
ti serve, quale uomo? C’è chi si spulcia
l’ANSA la mattina. Io nutro poesia!»

«Amavo la poesia. Mi piace anche il tuo naso.
Mi ricorda il naso altro di un uomo
ch’è ormai andato senza un verso, uno starnuto.
Andato lui, il suo fiuto, andata pure

via da me, dei nostri giorni, la poesia
squallida e incolore che la smetta
di parlare al cuore inutile
e lo morda finalmente il culo del padrone!»

Lo diceva – rimpiangendo senz’amore
il suo mastino ormai corrotto dal padrone –
per giustificarmi il suo rifiuto… Né
pareva accorgersi di offendere non me

ma il mio lavoro in rima. Di contro
da bravo ex-giornalista li racconto
ora sposati con squallore e pochissimo
pigmento, lei e il suo bracco in RAI

il suo fallimento.

rispetto

Me la ricordo ancora una vecchia intervista di TV Sorrisi e Canzoni in cui chiesero ai presentatori dell'epoca, parlo di vent’anni fa, cosa fosse più importante per chi lavora nello spettacolo e tutti (Pippo Baudo, Maurizio Costanzo, Corrado ecc.) risposero con molta eleganza «il rispetto del pubblico» e l'unico fuori dal coro, Mike Bongiorno, rispose: «gli sponsor!» Mike la sapeva lunga. Mica per nulla è finito in un saggio di Umberto Eco sui nostri tempi e gli altri no, con rispetto parlando.

venerdì 31 luglio 2015

pettegolezzi

Alla fine, giuro, mi importa solo dei pettegolezzi. Han voglia Pavese e Majakovskij ad invitarci a non farne: io li trovo irresistibili. Il condominio, checché ne dica lo straordinario Maestro Sebastiano Vassalli (il più grande tra gli scrittori italiani degli anni Ottanta-Novanta e dei primi tre lustri del Duemila) è un calderone di storie grandiosamente minime. Storie che fanno a braccio di ferro con la Storia o che – servilmente – la assecondano. Cattiverie sublimi, altruismi sorprendenti, meschinità esemplari. Sesso, violenza, invidia, gelosia, denaro: ovvero cibo per la narrazione. Omero raccontava queste cose. Lo sguardo dello scrittore ha da essere asimmetrico, schizofrenico: un occhio guardi la Storia, questa malinconica e tragica vicenda che travolge l’umanità. L’altro occhio spii dal buco della serratura lui, lei ed io tra di voi, la zia smutandata, la sora Lella, il sor Gervasio, monsù Erminio, madamìn Teodora.
Ma anche se non scrivete, anche se non frequentate, neppure da lettori, la pagina scritta, fateli, i pettegolezzi. Se no di cosa si vive? Di metafisica? Per l’amor di Dio. Spettegolate, con arte. Perché di arte si tratta: tagliate, cucite. A me certi pettegoli portano in cielo. Oltre le nubi del Caffè Lavazza. Ama il mondo, il pettegolo. Lo adora. Chi, invece, non sa né di questo né di quello e tira via dritto per la strada inseguendo pensieri distanti è peggio di un assassino, di un mostro. Si nutre di se stesso, pratica l’autocannibalismo. La sua è una storia di legno, disumana. Fosse anche la persona più caritatevole finirebbe ugualmente all’inferno. Perché se non ti interessano i fatti degli altri, le loro vite, cosa sei? Un cuore di legno, un Mississippi secco.

[Gianni Priano]

giovedì 30 luglio 2015

l'orgia democratica

Dice Azzollini
adesso ch’è fuori
che piscerà nelle bocche
dei vostri bambini
piscerà sulla Boldrini
e sulle tette della Boschi
piscerà pure negli occhi
alla Meloni e persino piscerà
nella vagina di Alfano
e nella bocca senza culo
di chi parla e non caca di suo
e come in un porno senza sbocco
piscerà pure in faccia a Renzi
e prima che il gallo canti
gli strofinerà l’arnese
inumidito e stanco a forza
di Pompini Democratici.
Noi pubblico pagante
stravaccati sul divano
gli fisseremo inaciditi e mosci
il glande nello schermo
arrossato fra le labbra a forza
di schiumare piscio sul partito
che frigna di vergogna
ma lo sa che la vergogna è gratis
o per usare una metafora allegra
è come quando scorreggi
in pubblico e ti puzza a tal
punto di cadavere che tutti
ti fissano commossi e tu
ti guardi intorno smaliziato
a testa china ti penti chiedi scusa
e piangi con voce soffocata
non dovevo non dovevo mollarla non io
ma solo fin alla prossima cacata.


Nota. Oggi un lettore mi ha detto che non si comprerebbe mai un mio libro perché le cose che scrivo sono piene di volgarità. Io rispondo che è il mondo ad essere volgare e mio compito, come scrittore, non è correggere il mondo, o edulcorarlo, ma usare lo stesso suo linguaggio per mostrargli quant'è brutto.

mercoledì 29 luglio 2015

now i wish i could write

Saranno passati vent'anni da quando il mio amico Davide mi passò questo disco dicendomi: "Tieni, te lo regalo, a te piacerà. A me fa schifo. Pensavo fosse figo, invece è blues!" E sono cinquant'anni oggi che un giovanissimo Bob Dylan, figo fino al midollo, entrò in studio di registrazione armato di chitarra elettrica e di surrealismo, per regalarci Highway 61 Revisited, non il suo disco più bello ma il più dirompente. Le sedute cominciarono il 29 luglio e finirono il 4 agosto 1965. Il 20 agosto di 50 anni fa Dylan registrò tre pezzi: Tombstone Blues, It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry, e il singolo Positively 4th Street. 

Now I wish I could write you a melody so plain 
That could hold you dear lady from going insane 
That could ease you and cool you and cease the pain 
Of your useless and pointless knowledge

martedì 28 luglio 2015

notizie al mondo del compagno mao


se la bonino

Se la Bonino invece di dare 2500 euro al mese ai Radicali (che non la vogliono) ne desse un terzo a me e il resto della somma ad altri due poeti quarantenni, noi scriveremmo in cambio due poesie a testa ogni mese che parlano di speranza e di coraggio alla nostra generazione bruciata, e l'Italia sarebbe un posto migliore.

domenica 26 luglio 2015

keep on keepin' on

Ieri sera ho visto il film documentario Keep on Keepin’ on, dedicato alla figura del mitico Clark Terry e in particolare ai suoi ultimi anni e al suo rapporto di amicizia col giovane pianista Justin Kauflin e col più vecchio Quincy Jones. Confesso che ero molto curioso, ma a mente lucida l’ho trovato un po’ freddo, un film che voleva dire tanto ma non è riuscito a dire abbastanza, soprattutto sulla grandezza umana applicata all'arte di Terry. Tanta gente famosa (la cui fama era misurata in Grammy) che diceva quanto gli dovesse come maestro di vita e d’arte ma poi? poi nulla, non un aneddoto, non uno straccio di storia a dare cuore e sostanza al messaggio. E l’unica testimonianza, appunto, rimane quella forse vera ma un po’ troppo “cinematografica” del passaggio di consegne al giovane Kauflin, che Terry raccomanda a Quincy Jones. Mah. Per questo motivo, gli unici momenti in cui la pellicola (pluripremiata) ha parlato al mio cuore, sono stati quelli in cui lo stesso Terry raccontava come da bambino, povero, si è costruito la sua prima tromba piegando un tubo di latta, e poi gli spezzoni in cui suonava o cantava. Pura magia, a ribadire che il modo migliore per conoscere un artista e la sua vita è ascoltarsi la sua opera col cuore aperto e la mente sgombra dai pregiudizi. Lo stesso Terry lo dice, a un certo punto, nel film (cito a memoria): «Se sei una persona rigida o cattiva il suono del tuo strumento sarà rigido e cattivo anch’esso. Io ho sperato per tutta la vita di essere una buona persona».

martedì 21 luglio 2015

la zappa

Ho deciso che, come prossimo lavoro, voglio raccogliere i ritratti degli ultimi contadini con la schiena spezzata dalla zappa, magari le loro storie. Ne sono rimasti pochi in giro, segno di tempi e di una cultura ormai andati. Vi chiedo, pertanto, se qualcuno ne conosce, di segnalarmeli e proveremo e farli entrare in un libro per raccontare una Storia che finora li ha rifiutati.

lunedì 20 luglio 2015

sud

«sud voce del verbo sudare»

[Lino Angiuli, La parola l'ulivo, Lacaita, 1975]

sabato 18 luglio 2015

uno

Uno che si ordina tutto da internet, dai cotton fioc al concime per il giardino, quando si parla di libri mi chiede: e i tuoi dove li posso trovare? Io gli rispondo: anche in internet (leggi: è più facile trovarli in internet che in libreria). Lui fa una faccia stupita. Ma perché, gli chiedo, tu vai mai in libreria? Mai, mi risponde.