A toccare la fede degli altri li si rende cattivi. Ha ragione il papa. Me ne sono accorto l’altro giorno che ho fatto dell’ironia sulla Giornata della Memoria e un mio amico, cresciuto nei valori della Resistenza, s’è incazzato dicendomi: ci sono alcune cose sacre, questa è una, l’altra è il 25 aprile. Ne è una nato una sorta di litigio collettivo, assai antipatico, fra me, lui e altri che hanno commentato il post e alla fine, disgustato, ho cancellato tutto. Che scrivevo nel post? Per sommi capi che forse a incrementare il giorno della Memoria era l’industria cinematografica per produrre quei due o tre film all’anno da trasmettere a fine gennaio, subito dopo i cinepanettoni di Natale, e concludevo con l’infelice battuta: Natale a Dachau. Insomma, ci sono andato pesante, e così ho toccato i nervi scoperti di una fede laica. Lì mi sono accorto di una cosa, che proprio quel giorno, mosso dagli stessi identici motivi e con gli stessi identici modi, io sono stato Charlie Hebdo. Ma davvero Charlie, non come molti che lo hanno scritto per partecipare al dolore e poi basta. Ho fatto dell’ironia alla Charlie che ha portato per alcune ore un po’ di nervosismo a tutti, e nulla di realmente costruttivo. Sono stato Charlie e non ne vado per nulla fiero, aggiungo. Però mi viene da dire anche questo, che inneggiare alla libertà di satira o d’espressione – di qualsiasi genere e contro qualsiasi fede – se poi non si è pronti, per primi, a calarsi le mutande in piazza fa molto Europa, non quella illuminista di Charlie Hebdo ma l’altra più antica, più ferocemente radicata, dove tutti sono sempre un po’ impacciati con l’autocritica ma sempre bendisposti a dare del coglione al prossimo. Insomma, serve tanto equilibrio.