domenica 7 ottobre 2012

nebraska

Questa casa è un inferno senza silenzio e senza riposo, in cui le ore tranquille, per scrivere, sono quelle notturne. Tengo il mio quaderno sempre vicino, sul letto vuoto accanto al mio, quello dove un tempo dormiva mio fratello, che ora vive in città e lavora in fabbrica, e qualche volta torna a casa per il fine settimana per un bel pranzo di famiglia, dove ci si racconta sempre come va. Qui si parla tutti di partire ma l’unico ad andare finora è stato lui. Una volta suonava il piano, gli piaceva cantare. Poi ha trovato il coraggio di prendere i suoi sogni e chiuderli in una valigia, li ha issati sulle altre scatole nel ripostiglio e si è trovato un lavoro. Ora ha una bella busta paga ed è per nulla più infelice di prima. Vive con poco, mette da parte, e se potrà, dice, un giorno passerà quella valigia a qualcun altro per fare il viaggio che a lui non è riuscito. Se potrà a quel qualcuno gli pagherà pure il biglietto.

sabato 6 ottobre 2012

anguilla

Sei tu la mia piccola anguilla
che scivola sul fondo
e confonde le acque
color verde smeraldo.
Sinuosa senza spigoli sfuggi
sottotraccia mi aspetti
non diciamo mai quando.
Ho provato a irretirti
cambiandoti il nome la razza
facendo di te il mio topino
la mia rosa o carezza.
Mio Lillo hai risposto ridendo
voglio essere tua per la vita
ma in acqua!

pellaccia

ecco che resta poi
pellaccia gialla e ossa
quando si svuotano le braccia
quando persino recidere
l’erbaccia pesa
e si resta lì impalati a fissarla
come chi dalla morte
spera ancora
d’essere più sulla terra che una voce
e intervenire.

giovedì 4 ottobre 2012

città di luce

Guarda la gru come ci osserva dall’alto, simile a una giraffa in gabbia. Il cantiere è fermo da giorni, senza più soldi, e subito i gatti randagi l’hanno invaso. Fanno come noi, si stendono al sole in attesa e si godono il silenzio delle macchine, o se talvolta una farfalla attraversa il cielo. È tutto troppo perfetto, troppo calmo e giusto e sai che non durerà. Ma per oggi goditi con me questo spettacolo, il sole che cade in diagonale sulle finestre dei palazzi, sulle auto nel parcheggio e si accende e si riflette intorno, moltiplicandosi nei suoi riflessi e montando nel caldo delle scale, negli angoli assonnati degli appartamenti come una città di luce che lieviti sotto la vecchia scorza, e covi pronta a frantumare il guscio ed esplodere. Sarà una tale meraviglia da accecarci e costringerci a riparare gli occhi, non più avvezzi a un eccesso di purezza!
(Tu nemmeno mi ascolti. Le tazze aspettano nel lavandino, e hai già tirato fuori le coperte dagli armadi. Le tartarughe sono andate in letargo all’improvviso, e le foglie di lattuga lasciate per loro, in giardino, marciscono nell’ombra.)

mercoledì 3 ottobre 2012

baffi

Tra i molti doni che la vecchiaia ha fatto a mio nonno, oltre agli acciacchi alle ossa e ai vuoti di memoria, c’è che è sordo come una campana e che la cataratta gli ha mangiato un occhio. In questo modo vede solo la metà del male nel mondo e, a meno che non si concentri, non lo sente proprio. In questo modo vive sereno e senza troppi problemi o, come dice lui, accontenta la vita. Non come mio padre, che ormai è costretto a prendere pillole su pillole per una digestione alla sfascio, in cui ogni nuova ansia, ogni cattiva notizia gli provoca veleno e notti insonni. Anch’io da un po’ ho cominciato ad avvertire il peso sullo stomaco, indefinito ma di continuo presente, e non so se sia il segno dei tempi o dell’avvenuta maturità, o ancora il richiamo del sangue, un male di famiglia che mi tocca come gli altri. Intanto, per difendermi, mi sono fatto crescere un bel paio di baffi, che servono a nascondermi e a dissimulare il mio sconcerto. Ma mio nonno li fraintende. Li chiama i baffi dello sceriffo. È proprio come quando eri bambino, mi dice, che ti avvolgevi in un grande mantello nero e volevi fare giustizia nel mondo con una stella.

martedì 2 ottobre 2012

dietro la posta

da terra

Stiamo qui a un punto morto, dove la terra è rossa e la stagione perennemente estiva, il caldo africano salito verso l’inferno d’Europa. Talvolta minaccia tempesta. Aspettiamo. Mio nonno che passi a prenderlo la morte, io che si apra una porta, ma per ogni porta che si apre, dice mio nonno, se ne chiudono altre due. La chiamiamo, di comodo, pigrizia, ma più nel profondo è la consapevolezza che non c’è salvezza alcuna, che tutto significa senza certezza. L’umore spesso è a terra e per risollevarlo passiamo le giornate in giardino, fra i sempreverdi, dove si arrampicano gli uccelli. Da terra cantiamo con loro. Talvolta usciamo in paese. Siamo, dicono, di compagnia.

lunedì 1 ottobre 2012

libera nos a malo

finalmente umani

Ecco la pioggia, inonda le aiuole da lato e scortica fuori il tavolino dove usavamo sederci. Il giardino ci è precluso, la pioggia ci ricaccia in casa stamattina. Né lava la mente dai cattivi pensieri. Siamo qui, costretti alla chiacchiera dalla stanza chiusa, dalla finestra grigia, costretti uno ad uno ad aprire il cuore all’altro, pregando sottovoce di saltare il turno. Si sta così bene al caldo, mi dici, mentre disossi il pranzo. Restiamocene qui, finalmente umani, fra noi e noi.

domenica 30 settembre 2012

l'incontro


1976. Esce Dentro e Fuori, ultimo disco di Piero Ciampi, ed estremo e disperato congedo dal suo pubblico di un uomo ormai sull’orlo del baratro. Come disse Gianni Marchetti, coautore di molti dei brani di Ciampi, quella ormai non era più musica, erano lettere dal nulla, o come diceva Ciampi stesso, dall’assenza.
Molti dei pezzi sono semi recitati, poesie interpretate su arrangiamenti musicali per lo più notturni, rarefatti. Il primo di questi pezzi si intitola L’incontro, e dà il la a tutto il disco. Molti all’epoca lo interpretarono come una canzone d’amore. In realtà parla del rapporto con sua figlia. Ciampi si era separato circa un decennio prima e sua moglie, lasciandolo, si era portata via la figlia. Il pezzo prende ispirazione da un incontro avuto con lei ed esprime i timori e tutta l’ansia di un padre che, dopo anni, vede riflessa negli occhi di sua figlia l’immagine di un estraneo. Ho ancora posto nella tua vita?, si chiede Ciampi. Forse no, conclude sconsolato.
Il pezzo nasce come un provino, con Ciampi che, com’era sua prassi, improvvisa il testo in studio, a occhi chiusi, sulla base del pianoforte. Tale fu l’emozione suscitata nei tecnici da questa sua performance, che venne mantenuta e poi inserita, con alcuni aggiustamenti, come brano di apertura di un album bellissimo, molto molto triste, e ancora oggi non del tutto compreso.

giovedì 27 settembre 2012

pomeriggio con pino e teo

canna fumaria

Dov’è scoppiato l’incendio ora non resta che una grande macchia che riposa, grigia al centro, dove ha più consumato, e nera mano a mano che si allarga, dove ancora restano le tracce più evidenti del dolore. Ti aggrappi a sparuti ciuffi d’erba, scampati per miracolo alla fiamma, per dirmi che c’è ancora vita, ma tutto ormai è cauterizzato, finalmente tace. Persino gli occhi, dopo mesi di lavoro sullo schermo, sono asciutti. Lo spazzacamino, issato sul tetto di fronte, libera la canna fumaria in vista dell’inverno. Ora è intasata come l’arteria di un cuore: evita altri errori, nuovi ingorghi, nuove ischemie dei sentimenti.

rebus

È un mondo senza tempo
e senza vento.
Tutto sta fermo
e faticosamente significa.
Enorme è la fatica del significare
in questo cantiere del senso.
Ogni parola è una massicciata
di lettere e figure.
Tutto pesa.

(Valerio Magrelli)

mercoledì 26 settembre 2012

torta

A maggio Francesca mi scrisse una lunga lettera, l’ultima mi accorgo adesso. Su due bei fogli di carta riciclata, con una scrittura chiara, vagamente infantile, dai caratteri piccoli e tondeggianti, aveva ricopiato la pagina di un libro che io stesso le avevo regalato a Natale, in cui una delle due protagoniste parlava al ragazzo di cui era innamorata di cosa intendeva lei per “amore”. Il ragazzo nel romanzo era diviso fra due donne, lei e un’altra che non lo amava e che alla fine si sarebbe uccisa, lasciandolo definitivamente a lei. 
All’inizio l’avevo creduta una sorta di dichiarazione non dichiarata, di quelle a cui mi aveva abituato da tempo. Mi mandava spesso, infatti, lettere in cui ad esempio nascondeva foglie secche spezzate perfettamente a metà o vecchie cartoline erotiche rappresentanti donnine nude ormai ingiallite, o foto di gatti di cui non si vedeva la testa. Io dovevo decifrarne il messaggio nascosto. Ma non avevo tenuto conto che Francesca, per quanto originale, non aveva la mia stessa passione per i romanzi. 
Mi ero convinto, con quell’ultima lettera, che volesse dirmi nel suo modo un po’ strambo di parlare sempre a metà: io nella tua vita sono lei e tu a un certo punto finirai con me. Ma intendeva altro. L’ho scoperto dopo, tardi, quando a luglio, nel pieno dell’estate, Francesca mi chiarì che non poteva darmi ciò che le chiedevo, e mi disse che sperava davvero per me che potessi riceverlo dall’altra. Purtroppo, dei tre, Francesca, com’era consono al suo carattere, fu l’unica a non seguire il copione, lasciandomi del tutto solo.
Che cosa voleva dirmi, allora, con quella pagina copiata? Ecco, voleva dirmi: questo è il mio tipo di amore, insensibile e matto, e non so se è per te. Quest’ultima affermazione avrei dovuto decifrarla dall’aggiunta, in fondo alla lettera, del disegno a colori vivaci di una bella torta di compleanno. Disegnata appunto: bella da vedere, ma impossibile da mangiare.

proprio un autoritratto coi baffi


martedì 25 settembre 2012

the wedding

raffaella (2)

la mia vita si calcifica nel fianco...

La mia vita si calcifica nel fianco
senza danno senza pena o pianto
intorno al mappamondo sfollato/nel giallo
ammaccato dell’Australia
la mia vita sgraziata ammutolisce
nei vani aggiustamenti d’un fotoritocco/nel mai
abbastanza espresso tocco
d’un bacio veritiero invece che al Battisti
la mia vita rattristi.

domenica 23 settembre 2012

qui non arriva mai il sole

lieto fine

Ma questa non è una storia a lieto fine, mi dice Marcello, te ne racconto una migliore.
E mi racconta della volta che sta rientrando a casa e trova un topolino, poco più grande di un’unghia, fermo sul marciapiedi accanto alla grata di un tombino, che fissa verso il cielo, le luci dei lampioni e le finestre illuminate del palazzo di fronte. Pensa che si è perso, e per dargli una mano prova in tutti i modi a rigettarlo nel tombino, spingendolo con un quaderno, ma il topolino si aggrappa con tutte le sue forze alle sbarre della grata, e si rifiuta di scendere. Così Marcello si arrende e torna a casa.
Più tardi va a controllare il topolino, ma quello non c’è più. Solo allora, mentre passa vicino al giardino lì accanto, abbandonato e selvatico da anni, pensa che forse il topo non è venuto fuori dal tombino, ma da lì, a guardarsi incuriosito questo mondo, così scialbo in confronto al suo, fatto di fiori dall’odore pungente e grovigli di spine. Marcello passa davanti a quel giardino ogni giorno, così tante volte che ormai non ci fa più caso. E senza quel topo, dice, non avrebbe mai ricominciato a vederlo.
È stata la cosa migliore che ho fatto, conclude, lasciar perdere quello che pensavo e accettare che il topolino facesse quello che voleva. Se lo avessi spinto giù, anche con le migliori intenzioni, non me lo sarei mai perdonato.
Ascolto Marcello, ha la voce piena di ansia e pianto, eppure sorride. Mi ha appena detto che la sua ragazza è rimasta incinta e vuole tenersi il bambino. Poi, finito il liceo, entrambi si troveranno un lavoro e un posto tutto loro in cui vivere, senza i genitori.