Come l’amore di giorno
sta al sole indisturbato
gatto grasso a Istanbul
straniero in un sole beato
di notte va in stazione
fuma coi muscoli coi nervi
poi scaracchia, s’imbosca
tra i binari non riamato.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
martedì 30 ottobre 2012
lunedì 29 ottobre 2012
planimetria del dolore
La percezione della solitudine
che abbiamo del mondo
rispecchia il momentaneo stordimento
della nostra delusione.
Moltiplica quella per i miliardi di noi
copie fotostatiche nell’ombra
e avrai la visione millimetrica del vuoto
la pianta catastale del suo cuore.
che abbiamo del mondo
rispecchia il momentaneo stordimento
della nostra delusione.
Moltiplica quella per i miliardi di noi
copie fotostatiche nell’ombra
e avrai la visione millimetrica del vuoto
la pianta catastale del suo cuore.
la faccia degli uomini
“Poi digli di guardare da vicino la faccia degli uomini. Digli di stare perfettamente fermi, per un po’ di tempo, e di guardare in faccia un uomo. Sulla faccia degli uomini non c’è niente. Guarda da vicino. Digli di guardare bene. E non quello che c’è sulla faccia: le facce degli uomini non stanno mai ferme, sono come antenne. Ma l’unica cosa che fanno è spostarsi da una configurazione all’altra di pura inespressività. Digli che nelle maschere degli uomini non ci sono buchi dove infilare le dita. Digli come si potrebbe mai anche solo sperare di amare qualcosa su cui non si può far presa.”
(Davide Foster Wallace, da Piccoli animali senza espressione)
domenica 28 ottobre 2012
sabato 27 ottobre 2012
venerdì 26 ottobre 2012
aubade (alba)
Lavoro tutto il giorno e a notte sono mezzo ubriaco.
Mi sveglio alle quattro e sto immobile nel buio silenzioso.
Presto gli orli della tenda si illumineranno.
E guardo, intanto, quello che in realtà c’è sempre stato:
la Morte instancabile, di un giorno intero più vicina,
che rende impossibile ogni pensiero tranne come
e dove e quando morirò io stesso.
È arido interrogarsi, ma la paura
di morire, di essere morto,
lampeggia e mi trattiene e inorridisce.
La mente si svuota in quel bagliore. Non di rimorsi
(il bene non fatto, l’amore non dato, il tempo
rubato e sprecato) né perché purtroppo
una sola vita può sprecarsi a riscattare,
e senza mai riuscirci, le sue origini perverse;
ma per il vuoto totale ed eterno,
la sicura estinzione verso cui ci muoviamo
e dove saremo persi per sempre. Non essere qui,
né in nessun luogo,
e presto; niente di più terribile, niente di più vero.
Questo è il mio modo speciale di avere paura
che nessun trucco dissipa. Ci provò la religione,
quel vasto e tarmato broccato musicale
creato per illuderci che mai moriremo,
e tutte quelle chiacchiere che dicono: Non un essere razionale
può temere una cosa mai sentita, non capendo
com’è questo a spaventarci: nulla da vedere né udire,
nulla da toccare o assaggiare o annusare, niente a cui pensare,
niente da amare o a cui legarsi,
l’anestesia da cui nessuno può svegliarsi.
E così rimane ai margini della visione,
una piccola macchia confusa, un brivido persistente
che rallenta ogni impulso fino all’indecisione.
Molte cose potrebbero non succedere: questa sì,
e il capirlo ci accende di rabbiosa
bruciante paura quando ci prende da soli
o senza niente da bere. Il coraggio non vale:
serve a non impaurire gli altri. Ma essere forte
non rende nessuno immune alla morte.
Piangerla od opporsi non la rende diversa.
Lentamente la luce si rafforza e la stanza prende forma.
È lineare come un armadio quello che sappiamo,
che abbiamo sempre saputo, da cui non si può scappare,
che non si può accettare. Un lato dovrà cedere.
Intanto i telefoni stanno accucciati, pronti a suonare
negli uffici ancora chiusi, e tutto l’indifferente
intricato mondo a noleggio comincia a svegliarsi.
Il cielo è bianco come argilla, non c’è sole.
Il lavoro va fatto.
I postini come dottori vanno di casa in casa.
(Philip Larkin)
Mi sveglio alle quattro e sto immobile nel buio silenzioso.
Presto gli orli della tenda si illumineranno.
E guardo, intanto, quello che in realtà c’è sempre stato:
la Morte instancabile, di un giorno intero più vicina,
che rende impossibile ogni pensiero tranne come
e dove e quando morirò io stesso.
È arido interrogarsi, ma la paura
di morire, di essere morto,
lampeggia e mi trattiene e inorridisce.
La mente si svuota in quel bagliore. Non di rimorsi
(il bene non fatto, l’amore non dato, il tempo
rubato e sprecato) né perché purtroppo
una sola vita può sprecarsi a riscattare,
e senza mai riuscirci, le sue origini perverse;
ma per il vuoto totale ed eterno,
la sicura estinzione verso cui ci muoviamo
e dove saremo persi per sempre. Non essere qui,
né in nessun luogo,
e presto; niente di più terribile, niente di più vero.
Questo è il mio modo speciale di avere paura
che nessun trucco dissipa. Ci provò la religione,
quel vasto e tarmato broccato musicale
creato per illuderci che mai moriremo,
e tutte quelle chiacchiere che dicono: Non un essere razionale
può temere una cosa mai sentita, non capendo
com’è questo a spaventarci: nulla da vedere né udire,
nulla da toccare o assaggiare o annusare, niente a cui pensare,
niente da amare o a cui legarsi,
l’anestesia da cui nessuno può svegliarsi.
E così rimane ai margini della visione,
una piccola macchia confusa, un brivido persistente
che rallenta ogni impulso fino all’indecisione.
Molte cose potrebbero non succedere: questa sì,
e il capirlo ci accende di rabbiosa
bruciante paura quando ci prende da soli
o senza niente da bere. Il coraggio non vale:
serve a non impaurire gli altri. Ma essere forte
non rende nessuno immune alla morte.
Piangerla od opporsi non la rende diversa.
Lentamente la luce si rafforza e la stanza prende forma.
È lineare come un armadio quello che sappiamo,
che abbiamo sempre saputo, da cui non si può scappare,
che non si può accettare. Un lato dovrà cedere.
Intanto i telefoni stanno accucciati, pronti a suonare
negli uffici ancora chiusi, e tutto l’indifferente
intricato mondo a noleggio comincia a svegliarsi.
Il cielo è bianco come argilla, non c’è sole.
Il lavoro va fatto.
I postini come dottori vanno di casa in casa.
(Philip Larkin)
giovedì 25 ottobre 2012
mercoledì 24 ottobre 2012
dio punisce gli innamorati respinti...
Dio punisce gli innamorati respinti
con una camomilla
alla cinque del mattino
la promessa di un destino indifferente
costante com’è l’insonnia
la tentazione della nostalgia.
I tuoi capelli gomitolati
in cui potevo sempre rifugiarmi
hanno messo radici profonde
trappole odiose come rimpianti
per me gatto-poeta senza casa
senza più forbici per estirparti.
Tu e i tuoi cavalli su ogni lettera
su ogni cartolina o francobollo
nei messaggi privati ormai di ieri
simboli di una riscossa
che s’impenna gioiosa
resta lì folgorata e quasi idiota.
con una camomilla
alla cinque del mattino
la promessa di un destino indifferente
costante com’è l’insonnia
la tentazione della nostalgia.
I tuoi capelli gomitolati
in cui potevo sempre rifugiarmi
hanno messo radici profonde
trappole odiose come rimpianti
per me gatto-poeta senza casa
senza più forbici per estirparti.
Tu e i tuoi cavalli su ogni lettera
su ogni cartolina o francobollo
nei messaggi privati ormai di ieri
simboli di una riscossa
che s’impenna gioiosa
resta lì folgorata e quasi idiota.
domenica 21 ottobre 2012
giovedì 18 ottobre 2012
gastrite mia nemica...
Gastrite mia nemica
fidanzata impazzita/appassita
com'è la giovinezza
pace dei giorni senza prezzo.
fidanzata impazzita/appassita
com'è la giovinezza
pace dei giorni senza prezzo.
motti e aforismi privati
Ripescando un po’ dal passato del blog e un po’ dal mio profilo fb,
pubblico qui alcuni aforismi o motti che ho raccolto nel tempo. Quelli
senza attribuzione sono miei, gli altri di amici.
Tempi amorali richiedono persone amorali.
La vita fa di questi scherzi. Pensi di aver trovato l'amore, invece cambi solo coinquilino.
Cosa conta essere migliori o peggiori se non si è almeno uguali?
Cosa fai nella vita? Riempio gli spazi.
Il titolo del mio prossimo romanzo: UTERO, ADDIO!
Adieu, ma moustache, au revoir.
Non ci sono molte persone veramente cattive. Il problema è sopportare i difetti di tutti.
La grappa è la migliore amica dell’uomo.
Sei un po’ blues tu. Bevi, sei lento, stai attento alle sfumature. (Claudio Fusillo)
Lascia aperte le ferite, è da lì che passa la luce. (Paolo Vites)
L’amore è pratico. Si nutre di concretezza. (Marian)
Una casa non serve, sono solo costi inutili. Basta una stanza per essere liberi. (Alfredo)
Siamo troppo fichi per finire male. Abbi fiducia nella mediocrità italiana. (Licia Vignotto)
L’ottimismo non ci basta! (Rob Lacarbonara)
Internet è un potentissimo mezzo per dare voce agli imbecilli. (Gianluca)
Tempi amorali richiedono persone amorali.
La vita fa di questi scherzi. Pensi di aver trovato l'amore, invece cambi solo coinquilino.
Cosa conta essere migliori o peggiori se non si è almeno uguali?
Cosa fai nella vita? Riempio gli spazi.
Il titolo del mio prossimo romanzo: UTERO, ADDIO!
Adieu, ma moustache, au revoir.
Non ci sono molte persone veramente cattive. Il problema è sopportare i difetti di tutti.
La grappa è la migliore amica dell’uomo.
Sei un po’ blues tu. Bevi, sei lento, stai attento alle sfumature. (Claudio Fusillo)
Lascia aperte le ferite, è da lì che passa la luce. (Paolo Vites)
L’amore è pratico. Si nutre di concretezza. (Marian)
Una casa non serve, sono solo costi inutili. Basta una stanza per essere liberi. (Alfredo)
Siamo troppo fichi per finire male. Abbi fiducia nella mediocrità italiana. (Licia Vignotto)
L’ottimismo non ci basta! (Rob Lacarbonara)
Internet è un potentissimo mezzo per dare voce agli imbecilli. (Gianluca)
mercoledì 17 ottobre 2012
a michela, per il suo compleanno
Non oggi
ti faccio gli auguri domani
che sei un anno più vecchia
e come me in gara
e chi non muore l'altro aspetta
per dire che si è meno sicuri
ma perlomeno maturi
abbastanza
per una grappa stellare.
ti faccio gli auguri domani
che sei un anno più vecchia
e come me in gara
e chi non muore l'altro aspetta
per dire che si è meno sicuri
ma perlomeno maturi
abbastanza
per una grappa stellare.
innamorarsi di una porta...
Innamorarsi di una porta
in cui specchiarsi
delle gocce di sangue
che spillano dai rami
i passi degli uccelli
chiamano l’inverno
l’inverno è lontano
viene giù in ascensore
quando arriva gli uccelli
vanno via da Bellavista
murata: tutto è calmo
nella valle evirata
del lillà. Ti accarezzo
le gambe al balcone
e tu vieni sorpresa
dalle guardie trasali
tu vieni col mio tocco
che scende mi dici lo sai
non sei niente gentile.
Fissiamo la notte sul
fiume non torna
e se torna è una porta.
in cui specchiarsi
delle gocce di sangue
che spillano dai rami
i passi degli uccelli
chiamano l’inverno
l’inverno è lontano
viene giù in ascensore
quando arriva gli uccelli
vanno via da Bellavista
murata: tutto è calmo
nella valle evirata
del lillà. Ti accarezzo
le gambe al balcone
e tu vieni sorpresa
dalle guardie trasali
tu vieni col mio tocco
che scende mi dici lo sai
non sei niente gentile.
Fissiamo la notte sul
fiume non torna
e se torna è una porta.
martedì 16 ottobre 2012
keaton
Keaton, canzone scritta da Claudio Lolli e interpretata da Guccini in Signora Bovary del 1987, è l'esempio perfetto della differenza che corre fra talento e genio. Il bellissimo racconto picaresco di Lolli viene trasformato da Guccini in una più grande metafora del dolore e della solitudine degli artisti, attraverso l'aggiunta, alla fine della canzone, di un paio di strofe che all'improvviso sovrappongono gli ultimi giorni di un pianista di provincia (di cui parla il testo originale) a quelli del grande attore del cinema muto, ormai finito, e di cui il pianista aveva assunto, ironicamente, il nome e forse anche il destino...
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