sabato 22 aprile 2017

sputare sangue

Spilucco senza tregua l'autobiografia di J.M. Coetzee, Scene di vita di provincia. Per impegni presi dovrei leggere altro, ma non riesco a staccarmene. E mi prudono le mani e mi vien voglia di marinare gli impegni. Ma come caspita si fa a leggere libri così e poi ostinarsi a voler scrivere? Che poi risponde all’imperativo di certi corsi di scrittura: “quando scrivete, non leggete altri autori ché vi influenzano!” Ma io più leggo e più mi viene voglia di scrivere, di rubare, di vedere se riesco a fare meglio. Secondo me, se scrivete, non solo dovete leggere, ma dovete leggere quelli più bravi di voi, quelli più forti, quelli che vi fanno male all’orgoglio. La scrittura è come il pugilato alla fine, lo diceva anche Hemingway, se sei bravo più botte prendi e più ti viene voglia di rialzarti per sputare altro sangue.

incipit

Stamattina, in dormiveglia, ho scritto l'incipit del prossimo romanzo che non scriverò: 
Non sono passati nemmeno tre mesi dal giorno in cui ha compiuto 40 anni che dà sfogo ai propri istinti e annuncia con un breve post sulla sua bacheca di avere una malattia mortale per cui proverà a curarsi ma non si fa troppe speranze. E quindi di voler morire come i gatti, solo e nascosto in qualche buco della terra. Poi, senza nemmeno leggere i messaggi di sconcerto dolore o conforto dei suoi amici, chiude la porta di casa e sparisce dalla circolazione con un bagaglio leggero, il più in fretta possibile.
[Poi il tipo del romanzo vola a Oslo, ma noi non sappiamo perché proprio a Oslo]

giovedì 20 aprile 2017

ciao italia

Bogdan mi dice che dovrei scrivere un libro chiamato Ciao Italia che potrebbe diventare il mio grande successo, visto che ho la vena giusta per scrivere queste cose. Gli chiedo di che dovrebbe parlare il libro. Si dice Ciao a una bella che lasci, no? Credimi amico mio, io vivo in questo Paese da anni e ti dico, che tempo dieci vent’anni questo paese è morto, finito per sempre amico mio. Fidati, è meglio se scrivi tu il necrologio invece che scrivono altri.

taglio e cucito

Faccio l'editing al racconto di un amico. Si raccomanda di essere feroce perché lui non sa controllarsi e spesso annacqua delle belle idee in un profluvio di parole inutili. Lui me lo chiede e io, che sono un gran figlio di sartina, taglio circa un terzo del racconto senza farmi problemi. Me lo riguardo soddisfatto prima di rispedirlo al mittente, e penso di capire come doveva sentirsi Gordon Lish quando Carver si prendeva i meriti e lui magari pensava, da quel gran figlio che era, che a disegnare il modello son tutti bravi, ma è nel taglio e cucito che si nasconde l'arte di vestire.

mercoledì 19 aprile 2017

buon gusto

Tanto vale che lo dica: il modo di sviluppare il buon gusto in letteratura è leggere poesia. Se pensate che stia parlando per partigianeria professionale, che stia cercando di portare avanti gli interessi della mia corporazione, vi sbagliate: non sono un sindacalista. Il fatto è che, rappresentando la forma suprema di locuzione umana, la poesia non è solo il modo più conciso, più denso di trasmettere l’esperienza umana: essa offre anche gli standard più elevati per ogni operazione linguistica – specie su carta. 
 Più si legge poesia, meno si tollera ogni sorta di verbosità, nei discorsi politici o filosofici come nella storia, nella sociologia, o nell’arte della prosa. Il bello stile in prosa è sempre ostaggio della precisione, rapidità e intensità laconica del dettato poetico. Figlia dell’epitaffio e dell’epigramma, concepiti, sembra, come scorciatoie per ogni soggetto immaginabile, la poesia rappresenta la grande disciplina della prosa. Le insegna non solo il valore di ogni parola ma anche gli schemi mentali mercuriali della specie, le alternative alla composizione lineare, il trucco di omettere l’ovvio, l’insistenza sul dettaglio, la tecnica dell’anticlimax. Soprattutto, la poesia sviluppa nella prosa quell’appetito per la metafisica che distingue un’opera d’arte dalle semplici belles lettres. […] 
Vi prego, non fraintendetemi: non sto cercando di screditare la prosa. L’essenza della questione sta nel fatto che la poesia è semplicemente più antica della prosa e quindi ha coperto una distanza maggiore. La letteratura ha avuto inizio con la poesia, con il canto di un nomade che precede gli scarabocchi di uno stanziale. 

[Iosif Brodskij, Profilo di Clio, Adelphi 2003, pag. 81, 82]

dove comincia l'odio?

La settimana scorsa, alla presentazione di Storia e Trascendenza, l'ultimo libro che abbiamo pubblicato con Angelo Panarese, un signore presente, molto preparato, ha fatto un commento assai preciso sulle colpe della religione cattolica nello svilimento dell'identità sessuale femminile fino al vero e proprio annientamento ai suoi peggiori estremi. Tutte cose adesso superate (ma davvero? e dove?), che ritroviamo e ci inorridiscono in alcuni fondamentalismi islamici. Eppure, leggevo ieri una biografia di Montanelli in cui parlava del suo matrimonio con la ragazzina eritrea che tanto scandalo gli è costato, e nelle sue memorie lui diceva di aver avuto parecchie difficoltà ad avere rapporti sessuali con lei perché la ragazza era infibulata. E l'infibulazione è pratica ancestrale che nulla c'entra con la religione cattolica, viene molto prima. Per cui adesso mi chiedo: dove comincia tutto quest'odio, e perché? A che punto della nostra storia di umani si comincia a considerare la donna una tale fonte di male da meritarsi una simile vendetta? E quando finisce il male, se non basta eliminare una qualsiasi religione per chiudere la storia (perché l'odio comincia molto prima, dove nessuno più si ricorda)?

lunedì 17 aprile 2017

toponomastica

Visto che oggi sto poco bene è venuto a trovarmi un amico. Mentre cercava la casa si è reso conto che nella zona in cui vivo i nomi delle strade sono tutti di fascisti: io sto in via Araldo Di Crollalanza che si interseca con via Evola e più giù con via Italo Balbo, e alle mie spalle c’è via Almirante. Per dire. Per farlo ridere gli racconto che una volta qui era via Della Resistenza poi c’è stata una rivoluzione della toponomastica ed evidentemente nemmeno la Resistenza ce l’ha fatta di fronte al potere della politica di rievocare il meglio della nostra Storia. Lui non capisce l’ironia e mi dice che sbaglio, che invece di ridere bisogna andare in comune e a lamentarsi, fare casino sui giornali. Perché quei nomi, quei brutti nomi, non mi riguardano e non c’entrano nulla con la “nostra” storia. Ma secondo me un nome è un nome se parliamo di Storia con la S maiuscola che si porta dietro, nel tempo, uguale colore di sangue. Se vogliamo rifar tutto da capo, per bene, allora io comincerei da molto prima e cancellerei tutte le piazze Vittorio Emanuele o dei Savoia, i corso Cavour o XX settembre e le vie Giuseppe Garibaldi, nomi che per quanto mi riguardano sono altrettanto lesivi della nostra storia di quelli legati al fascismo oppure al colonialismo. Nomi di gente orribile che ragionava in chiave di conquista, Italo Balbo così come Cavour. Vogliamo dare un senso alle strade? Allora mettiamo da parte condottieri e politici, regnanti e soldati, di cui non importa nulla a nessuno, e recuperiamo i nomi di chi le ha camminate insieme a noi, e diamo alle strade il nome di un armiere o di una sartina, di un barbiere o di uno stagnino, di un cantiniere, di un parroco, di un fabbro, di un qualsiasi arrangiato che ha consumato la sua vita in piazza scroccando un pasto o una bevuta con un sorriso gentile. È quella la nostra storia, se vogliamo parlare della “nostra” storia, ed è una storia minore ma è viva, una storia di cui andare orgogliosi perché l’abbiamo toccata con mano, l’abbiamo costruita insieme.

la casa dei miei sogni


Villa Malaparte a Capri. La casa dei miei sogni. Come caspita si fa a non essere creativi quando dici che stai tornando a casa ma praticamente entri nel Nautilus?

le chien jaune

Adotto un cane. È un cane piccolo, un cagnetto, è grigio e buono e lo prendo con me per la sua apparente mitezza che riscalderà i miei giorni. Invece il cagnetto, senza un attimo di tregua, si infila in un guaio dietro l’altro e addirittura risolve un giallo riempiendomi la vita di avventure e forse troppe emozioni per me solo che lo accompagno. Lo guardo sconsolato. Ma come? Facevi una vita da nababbo, passeggiate senza meta e un piatto pronto alla mia tavola ogni giorno? Ma come hai fatto a cacciarci in questo guaio? Il cagnetto però abbaia senza vergogna, mi scodinzola ed è come se ridesse di me, delle mie ansie, forse per dire che una vita sola non ci basta a contenere la nostra gioia di vivere. Guardo il cagnetto, lo chiamo e per la gioia si fa giallo anche lui.

domenica 16 aprile 2017

investire nel proprio pubblico

[…] Lavorando nel marketing e nella pubblicità, so per esperienza che il pubblico (o per essere più precisi il target) non va solo cercato ma anche creato. Che un’azienda che si proponga degli obiettivi commerciali di medio e lungo periodo (non solo di breve e di brevissimo) debba investire anche in formazione (e in certi casi pure in alfabetizzazione vera e propria) del suo pubblico. Questa formazione ha un costo: e non sempre questo costo è sostenibile e non sempre viene recuperato, almeno nell’immediato. 
Le domande da porsi sono dunque, secondo me: 
Quali settori (parlo di cultura e intrattenimento) hanno investito, negli ultimi dieci quindici anni, nella formazione/crescita del proprio pubblico? 
Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di continuare (o cominciare) a investire nella formazione/crescita del proprio pubblico?
Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per la congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di lavorare nell’ottica di piani di sviluppo a cinque, dieci, quindici anni, e non solo a dodici mesi (arco temporale di un piano di marketing standard)? 

[Valentina Durante in risposta al post di Giulio Mozzi in risposta al post di Gilda Policastro che cita Gabriele Frasca in risposta al responso critico del libro di Teresa Ciabatti e senza contare talune stroncature moraliste all'ultimo di Walter Siti]

sabato 15 aprile 2017

meraviglia del mattino

Fra tutti i dischi di Bob Dylan New Morning è quello che più di tutti parla della fine di qualcosa, di cosa ti succede quando senti che qualcosa si chiude per sempre alle tue spalle e tu ti guardi intorno incerto, pieno di ansie e con alcune speranze, chiedendoti in quale direzione devi andare adesso e se sarai in grado di arrivarci. In questo senso, nella loro dichiarata fragilità, nella loro elusività, nella loro pensierosa leggerezza, nel loro spalancarsi in un ambiente emotivo più grande delle canzoni stesse che disegneranno una volta ultimate, e che Dylan voleva fossero appunto il più discrete possibili, le outtakes del disco, i suoi bozzetti alla ricerca di uno stile che fosse minimale e anonimo, cioè di tutti, sono una meraviglia senza fine.

 

fratello, dove sei diretto?

fra pazzi

Io lo so che molti di voi sognano di fare lo scrittore, ma vi assicuro che nella maggior parte dei casi non è una bella cosa, anzi. La maggior parte degli scrittori sono noiosi, egocentrici e/o permalosi, cacacazzo senza freni inibitori, scrocconi e a qualcuno gli puzza pure il fiato per problemi col fegato. Non si nasce scrittori. Si nasce più o meno disturbati e poi si passa alla fase successiva, cioè mettere le proprie ossessioni su carta. Peggio dello scrittore, allora, c'è solo l'editore. Perché l'editore, per sopportare uno scrittore, o è completamente disturbato – solo un disturbato può trovare affascinanti le ossessioni di un altro essere umano al punto da lavorarci attorno per cercare di diffonderle il più possibile agli altri – oppure è stronzo e lo anima qualcosa a metà fra il cinismo e la noia. Può dunque capitare che lo scrittore si lamenti: Il mio editore non mi capisce. Vorrei ben vedere, fra pazzi.

opzioni

C'è chi si sposa. Chi sposa la poesia. Chi prende un gatto.
Tutte e tre insieme sono troppe da gestire e infatti poi l'equilibrio scoppia. Però due alla volta è interessante e infatti, talvolta, qualcuno sceglie l'adulterio scartando una delle tre opzioni...

mercoledì 12 aprile 2017

pietre vive su telebari

come nasce una poesia

C'è tanta gente che mi vuol bene ma i miei libri non se li compra lo stesso. L'ultima scusa possibile l'ho sentita oggi, quando alla mia provocazione una ragazza ha risposto: "Mi piaci perché sei bello!" ma con un tono allusivo del tipo: "Cosa me ne faccio delle tue parole quando mi posso fare te?" Io allora ho spalancato le braccia e: "Sono pronto, fai pure!" Ma lei, ridendo: "Magari la prossima volta" poi entra nell'alimentari a fianco. C'è qualcosa che non mi torna in tutto questo, ma il poeta che c'è in me su una storia del genere ci scriverebbe una roba esistenziale e fumosa che comincia così: "Non c'è mai fine al dolore e allo sconcerto..." Lo appunto sul quaderno poi torno sulla porta del mio studio, al sole, in attesa che passi il secondo verso. Ecco come nasce una poesia.

verso

Non dimentichiamo che «verso» dal latina versus, significa o implica «svolta», «cambiamento». Di direzione, di una cosa in un’altra: a sinistra, a destra, a U; da tesi ad antitesi, metamorfosi, giustapposizione, paradosso, metafora, se volete – specialmente quando la metafora è felice; e infine rima, quando due cose hanno lo stesso suono ma i loro significati divergono. 

[Iosif Brodskij, Dolore e ragione, Adelphi 2013, pag. 234]

consolazione

Come ricordava Marco Bertoli sul suo blog, 60 anni fa veniva inciso questo pezzo (non scritto, visto che Monk lo aveva scritto già 15 anni prima) che coincide con la fase più luminosa della sua carriera discografica, quella in cui tutti si accorgono di lui. Pensavo che sarebbe stato bello fare un post virale per i 50 anni dell'incisione ma poi mi sono reso conto che 10 anni fa mancava Facebook e non era la stessa cosa. Strano come una cosa che c'è ti accorgi che è come se ci fosse stata da sempre, come se non possa più non esserci stata. Lo scriveva Sergio Garufi ed è la consolazione degli ultimi, di chi non ha nulla di particolarmente originale da dire, ma per il solo fatto di averlo detto ha comunque, per quanto lieve, un peso.