mercoledì 15 agosto 2018

sogno di ferragosto

Pomeriggio di ferragosto, uno prende sonno sul divano e sogna i vecchi amici morti. Ogni volta è la stessa storia, continua a sentirsi in colpa per essere sopravvissuto. Ma loro gli rispondono: Non preoccuparti, Antonio, il tempo è galantuomo. Poi si sveglia e sente che c'è chi si lamenta perché piove e non capisce più nessuno.

la tua aristocrazia

Quei libri di poesia che li leggi, li rileggi, li infili in libreria, li riprendi, non ti lasciano mai andare...

[…] A me, questo tuo chiamarti fuori e sempre essere oltre
tutte le sorti comuni, mi ha sempre urtato,
soprattutto perché una caterva
di buoni a nulla, contenti di sé, che si credono
i giusti, che sanno tutto loro, che sistemano il mondo a ciance e prosecchini,
ti venivano dietro come pagliacci
con la faccenda dei capannoni, i palù, il paesaggio (naturalmente!),
con le frasi intelligenti (le tue) per i cin cin,
e nessun rischio per loro, finito il bla bla bla.
Ma tu stavi a casa tua, andavi a piedi […]
mangiavi formaggio, radicchio, non compravi una giacca
da trent’anni – non gettavi un centimetro
quadro di carta (“Per fare appunti” – dicevi).
E invece chi ti dava ragione
e nel tuo nome ancora ciarla senza requie
brucia una foresta per far festa
come una volta in mezzo a un campo,
e dice “Questo inverno ho fatto lo Yemen,
adesso mi interessa il Ciad”.
A me pare che ‘sta easy ecologia, questo easy diffamare
tutto un Paese di miserie malsofferte
è fraintendere la tua aristocrazia […]
Dovevi lasciar dettato in testamento: “Non è certo
quel capannone, quel cavalcavia, che mi soffocano,
ho parlato aperto e schietto (in allegoria!): quello che dicono i miei versi
è che non ci sarà più posto, non più tempo, non più terra
per una parola che abbia radici”.
Questo dovevi dire ben chiaro a loro, dovevi dirlo
ancora più chiaro a me.

Gian Mario Villalta, Tra mi e ti, in Telepatia, Lietocolle

inseguire la propria storia

Ad anni di distanza dalla sua scoperta, continuo a trovare affascinante la vicenda editoriale di Beppe Fenoglio. Che oggi viene considerato uno dei maggiori scrittori italiani del ‘900, ma all’epoca veniva sottovalutato dai suoi contemporanei, persino da molti esponenti del settore editoriale, con gravi ripercussioni sulla sua autostima. Più di tutto trovo avvincente la vicenda del romanzo sulla Guerra. Fenoglio sentiva di avere le capacità e l’ambizione di diventare il cantore assoluto della Resistenza, colui che avrebbe messo un punto definitivo a quella storia. Con questo spirito cominciò a scrivere la vita del partigiano Johnny, di cui realizzò due diverse versioni, prima di abbandonare frettolosamente il progetto. Di quel libro epico, fluviale («troppo lungo!» gli disse Garzanti) venne pubblicata solo la prima parte riveduta, col titolo Primavera di bellezza. Intanto Fenoglio era stato catturato dall’intuizione di un nuovo romanzo assai più snello e per certi versi meno introspettivo, il cui protagonista diventava Milton, personaggio assai più duro, pratico, e meno snob di Johnny. Anche questo libro, proprio come Il partigiano Johnny, sarebbe stato pubblicato dopo la morte di Fenoglio, col titolo L’imboscata. Perché Fenoglio scrive il romanzo e ne parla entusiasticamente a Garzanti per una prossima pubblicazione, ma all’ultimo minuto, prima di concluderlo, ha una nuova intuizione: molla tutto, tranne Milton, e cambia completamente storia, trasformandola in un inseguimento amoroso, folle, inserito all’interno della Guerra. Inseguimento a cui Calvino non farà fatica ad attribuire una matrice ariostesca. Riscritto in tre versioni, il romanzo vedrà la luce dopo la morte di Fenoglio, col titolo Una questione privata. Eppure la vicenda di Milton costretto, dal suo bisogno di sapere, a inseguire l’ombra di Fulvia, è un po’ anche la vicenda dello stesso Fenoglio, che inseguiva la sua storia, la storia a cui sentiva di dover dare una voce, metterle un punto per poi passare ad altro, e che invece, per amore, rifiutava di farsi prendere e concludere.

martedì 14 agosto 2018

complicità

Prima pagina venti notizie, 
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa, 
si costerna, s'indigna, s'impegna, 
poi getta la spugna con gran dignità. 

Circa ogni cinque-sei mesi in Italia viene fuori una qualche tragedia che fa incazzare tutti. Si cerca un capro espiatorio, si va al processo che dura alcuni anni, non si ha nemmeno il coraggio di far fuori il capro espiatorio, poi tutto torna come prima, perché in fondo la cattiva gestione della cosa pubblica è un male necessario all'interesse spicciolo di molti. Aspetto la prossima campagna in cui tutti indosseremo una qualche maglietta colorata per dimostrare con un selfie che il cambiamento è possibile. Ma i cambiamenti non si fanno coi selfie, si fanno rispettando le leggi, denunciando le scorrettezze, mandando in galera chi sbaglia. Multando persino l'ultimo stronzo che getta una cicca per terra. Attuando cioè uno Stato di diritto che in Italia semplicemente manca nella complicità di troppi, perché non concepiamo che qualcuno ci imponga delle regole.

lunedì 13 agosto 2018

si vede

Si vede che la maggior parte dei miei contatti sono nel mondo editoriale perché in questi giorni di ferragosto c'è un vuoto pauroso di poesie, proclami e cazzate pseudo-intellettuali.

sabato 11 agosto 2018

grande fratello

Quei momenti di panico e inibizione in cui ti sovvengono le parole del mio amico Walter Trento: "Antonio ma tu lo sai che su Instagram c'è la funzione per cui si vede quando metti il like alle donne coi culi e le cosce di fuori?" Non vedo il problema, mi piacciono le donne e allora... "Antonio, statte attinte a dove metti il like!" Il Grande Fratello proprio.

venerdì 10 agosto 2018

poetica

Ogni mattina mi sveglio e faccio tanta di quella cacca poetica che credo il mio successo sarà immediato. Poi torno alla realtà e mi rendo conto che non tutte le cacche sono uguali, qualcuna è più uguale delle altre e dunque, mio caro autore di successo, ti chiedo, la tua cacca poetica di che colore è?

giovedì 9 agosto 2018

seguace

Poco fa, passando accanto alla biblioteca, incontro un lattatore che sta allattando i muri sotto il sole a picco di mezzoggiorno. Mi ferma e mi dice: "Tu non lo sai ma ho un tuo ricordo indelebile in testa". Quale? "Un giorno mi sei passato vicino come oggi e io per salutare ti ho detto: 'Come va?' Tu mi hai risposto: 'Si sopravvive', ma me lo hai detto con un tono che non mi è più passato di mente. Come va? Si sopravvive. Lo dico anche io adesso."

a dir ti amo

Io questa storia della catena libresca in cui bisogna far vedere la copertina dei libri della nostra vita senza spiegare i motivi della scelta non la capisco. Non rivela il nostro gusto estetico – visto che molte copertine di libri sono invero brutte o anonime. Non aiuta la diffusione della lettura, perché non spiega cosa può darci quel determinato libro o cosa ci ha sconvolto al punto da cambiare il nostro punto di vista sul mondo. Non rivela nemmeno noi come amanti, perché la lettura, almeno per chi legge, è un’attività di grande trasporto passionale e non si accontenta della copertina, vuole tutto. Io vedo queste foto di libri, ma senza l’impegno di un pensiero o di una citazione che le accompagni, e mi sento come la Rossana del Cyrano di Rostand, quando Cristiano le si dichiarava: “Ma io t’amo, t’amo”. E lei di contro, sbadigliando: “Ma a dir ti amo sono bravi tutti. Ricama con quelle parole, ricama!”

mercoledì 8 agosto 2018

taranto, san cataldo, cripta


onor del vero

È da ieri sera che, da più persone, torna questo discorso (cito a onor del vero Gianfranco Cavaliere, Celestina Marino e Franco Basile) il quale è stato sintetizzato benissimo da De Michele Vittorio che stamattina mi dice: “Questo è un paese pieno di talenti. Il problema è che non si mettono in gioco. Per pigrizia? No, non per pigrizia. Più per timore dell’opinione degli altri. Io però la penso così: Non ti piace cosa ho fatto? Ce cazze me ne fotte a mèje ca nan te pièsce! Ij à so fatte!”. E arrivederci.