sabato 24 settembre 2016

la torre

Mi ritrovo calato – da chi? – nella stanza in cima a una torre bianca, all’interno della quale è racchiuso tutto il blu Matisse, insieme al suo custode. Il custode, sfinito dagli anni di servizio e dalla solitudine, mi chiede di salvarlo, aiutandolo a scappare di lì. Ma l’unica via di fuga pare una lunga scalinata esterna, che corre attorcigliandosi intorno alla torre con gradini talmente stretti da essere adatti soltanto ai piedi di un bambino, cominciando da una balconata senza parapetto posizionata circa tre metri più in basso rispetto a una finestra che dà sul mattino.
L’impresa è quasi impossibile. Si deve saltar giù dalla finestra sulla balconata, sperando di non perdere l’equilibrio atterrando, e poi percorrere la scalinata tenendosi stretti al muro. Il tutto approfittando della prima luce dell’alba, ma prima che si faccia pieno giorno e che qualcuno possa vederci e avvertire le guardie della torre. Eppure il custode è talmente disperato da implorarmi, dice che preferisce la morte a restare lì un solo altro minuto, immerso in quell’azzurro senza tristezze che lo priva della metà oscura delle sue emozioni.
Decidiamo così di provarci, calandoci giù dalla finestra, prima lui e poi io. Atterriamo, come per miracolo, sulla balconata di sotto e sollevando lo sguardo verso l’orizzonte ora spalancato, ci teniamo per mano per darci coraggio, mentre sentiamo, come se fossimo nudi, il fresco del primo mattino che ci morde il cuore e le braccia. Restiamo così per un tempo che pare infinito. Poi lui, preso dalla frenesia della fuga, emette un lungo sospiro e voltandosi verso la scalinata mi lascia la mano. Comincia a scendere, tenendosi stretto alla parete come una lucertola e approfittando, oltre che degli stretti scalini, anche di alcune irregolarità delle pietre, fessure e spuntoni.
Lo guardo e non capisco. Ma non dovevo essere io a salvarlo? Eppure sembra cavarsela molto meglio di me, che ho fatto l’errore di guardare in basso, e ora la distanza dal suolo mi sembra talmente enorme, spaventosa, che comincio a tremare tutto e mi gira la testa per le vertigini.
Mi ritrovo così bloccato sulla balconata all’esterno della torre, a decine di metri suolo, incapace di tornare al sicuro nella stanza del blu, ma paralizzato all’idea di affrontare gli scalini che ormai mi sembrano talmente stretti da non riuscire più a distinguerli sul muro, mi pare una follia. Anche il custode è scomparso e non so più se mi ha distanziato oppure è caduto di sotto. Lo chiamo a gran voce, terrorizzato, ma non risponde, sono da solo ormai, costretto a quella torre.
Il sole comincia a sollevarsi dietro l’orizzonte, e il primo calore in parte allevia i brividi, in parte mi offre una speranza. Presto le guardie mi vedranno e verranno a riprendermi. Mi basterà solo arrendermi, aspettare immobile il loro arrivo, stando ben attento a mantenere l’equilibrio, e poi decideranno per me. In quel momento il sole si solleva di colpo, con un grosso boato, sopra l’orizzonte, e io mi sciolgo contro il muro.

venerdì 23 settembre 2016

fare festa


Sergio Endrigo al Premio Tenco 2001, credo nella sua ultima apparizione pubblica o comunque registrata.

giovedì 22 settembre 2016

gemito

Ho sgozzato una «capra».
Sola nello schermo era legata
a un commento insulso.
Ed io – senza compianto – l’ho marcata
non fraterna ma inferiore
per il gusto di ferirla – in cuore al suo macello –
con facilità d’aguzzino. In quello –
la sua voce avrei sentito
finalmente amica: umida fica pronta all’uso.
Non un gemito.

il venditore di rose

Sono appena stato derubato da un abile venditore di rose, che parlandomi a voce bassa e svelta, senza che capissi una sola parola di quanto mi diceva, mi ha convinto a cedergli una preziosissima medaglia di Ganesha che tenevo appesa al collo come ornamento, per regalarla al figlio che stava al suo fianco, nel silenzio orgoglioso degli ostinati ma con lo sguardo di chi non possa desiderare altro al mondo. Il figlio con la pelle olivastra che non mi ha dato niente in cambio, né un grazie e nemmeno una rosa. Quando un prete corre fuori da un albergo urlando: Gesù è scappato! Gesù è scappato! All’improvviso il venditore di rose lancia un grido anche lui, rannicchiandosi su se stesso e tenendosi il piede con forza, come se fosse ferito. Ha appena spiaccicato Gesù, che per scappare si era fatto piccolo piccolo come una formica.

mercoledì 21 settembre 2016

data da ricordare

Oggi, mercoledì 21 settembre 2016, data da ricordare, per la prima volta da che mi ricordo, mi ha chiamato (mi ha chiamato!) una ragazza da una Libreria Feltrinelli per ordinarmi un libro di poesie. Poesia in Feltrinelli? Non ci credeva nessuno, né io né la ragazza che mi ha chiamato. Non ci credeva nemmeno il gatto. Eppure... Infatti piove.

il muro

Nell'ultima parte della sua carriera Lou Reed si è avvicinato alla musica ambient. In effetti, lo aveva fatto già nei '70 con Metal Machine Music che fu un prototipo per moltissimi gruppi new wave perché portava l'ambient a una diversa concezione rispetto a quella di Eno, non musica che ti accoglie, ma musica che ti respinge, non una porta ma un muro. Fra le cose più belle dell'ultimo Reed c'è un doppio live di un gruppo nato spontaneamente e composto da Ulrich Kriegeer e Sarth Calhoun, che poi si ribattezzò Metal Machine Trio proprio in onore di quel disco. Cercando informazioni su quest'album (che non avevo mai ascoltato prima) sono finito su Allmusic, e così mi sono messo a sfogliare, partendo da questo, tutte le recensioni ai dischi di Lou, per accorgermi che per molti dei più estremi e dei miei preferiti, per quanto si apprezzasse il coraggio e lo sforzo creativo, c'era sempre un MA da affrontare, qualcosa che non andava, che non lo rendeva perfetto. È carino MA non è abbastanza orecchiabile, oppure suona benissimo MA gli manca la giusta tensione drammatica, oppure c'è tutto Lou, MA tutto Lou è francamente troppo. E ho pensato che vivere una vita piena di MA deve essere una tale rottura di palle, che persino l’idea di un muro mi ha messo allegria. 

martedì 20 settembre 2016

andare lì

Ho appena sentito (ma ancora non ci credo) un servizio al Tg sul fatto che Gianni Morandi domenica mattina è andato a fare la spesa con la famiglia, e che c'è stata gente (tanta) che per questo si è arrabbiata con lui e lo ha insultato, dicendo che è per causa sua e di gente come lui che va a fare la spesa domenica mattina, che c'è lo sfruttamento del lavoratore e Marx ha dovuto scrivere Il Capitale, che ci siamo dovuti sorbire nell'ultimo secolo e mezzo e che adesso ci viene pure riproposto (non richiesto) nelle lezioni di Diego Fusaro. Insomma Morandi alla fine, in lacrime, si è scusato perché per causa sua e dei suoi cazzi domenicali (di cui non può fregarci di meno) adesso abbiamo tutti Fusaro. E io che pensavo che la cosa più straordinaria della mia giornata fosse la mail che ho ricevuto prima da Gandalf il Grigio che mi chiedeva se ero mai stato lì, proprio lì, linkandomi il sito di un puttanone russo, vera espressione di dove è andato a finire il marxismo oggi, ho dovuto ricredermi. Scopro così che lì, lì, proprio lì dove dice Gandalf il Grigio, io ci stavo già dentro da un pezzo, o almeno da domenica scorsa, ma serviva un servizio insulso al Tg per aprirmi gli occhi. E Gandalf il Grigio, che tutto sa e mi compatisce, mi augura tante belle cose per il futuro.

il padre

Incontro una bambina chiamata Montale, a tal punto stanca del suo nome da chiedermi di cambiarlo, trasformandola in Fiore. Dice che le occorre il mio permesso di padre. Glielo accordo. Lei subito mette radici e le sue mani cominciano a crescere, allargarsi, poi deformarsi fino a diventare delle grandi foglie che mi avvolgono la testa in una sorta di nebbia profumata.

lunedì 19 settembre 2016

ciampi

Ricordo di aver letto su una biografia che Carlo Azeglio, ex presidente della repubblica, fu cugino dell'assai più anarchico e giovane Piero. E pensavo che fra le tante domande che non gli hanno mai fatto, sarebbe stato carino chiedergli se i pranzi di famiglia finivano in rissa oppure in silenzio, e, se parlavano, di che parlavano quei due, e se litigavano mai per la poesia, e se si incontrarono mai, anche solo una volta, per caso, nei pomeriggi inutili e perduti sul porto di Livorno.

maddalena

Sono in viaggio con Maddalena, prima diretti verso Roma, dove saremo comparse in un film di Pasolini, poi come perduti per l’Italia e senza una meta precisa. Poco mi importa, visto che il viaggio è pagato mi diverto. Maddalena in verità mi piace, mi piacciono i suoi sguardi dolci e divertiti quando mi saluta con finta noncuranza, né ci vuole molto a capire che ho una cotta per lei. Per passare il tempo nei nostri lunghi spostamenti in treno, mi sono inventato in gioco: mi arrampico sul tetto del treno speciale su cui viaggiamo – un treno a quattro piani approntato apposta dalla produzione per ospitare l’enorme troupe impiegata per quello che sarà, promettono, il film del millennio – e osservo dall’alto del treno in corsa e la gente dei paesi che ci passano intorno con un misto di orgoglio e di pietà. Osservo l’Italia in bianco e nero e me ne sento il cuore pulsante, anche se forse è solo per effetto del movimento treno. Giungiamo, quindi, in una città senza nome dove, per uno stupido errore di prospettiva prendo una porta per un’altra e finisco per lanciarmi fuori dal treno e poi, non riuscendo a ritrovare la strada verso il nostro binario, perdermi nella stazione. Chiedo informazioni ai passanti, qualcuno cerca di aiutarmi, di darmi indicazioni, mi accompagna e come nulla si forma così un drappello di persone, o meglio ancora processione, che prima mi viene dietro e poi mi conduce per una lunga stradina lastricata su in collina. Ascolto alle mie spalle Maddalena dare ordini crudeli, con tono da ufficiale, per la mia condanna a morte. E riconosco fra gli altri i volti di molti con cui ho viaggiato, la troupe che riprende la mia salita al patibolo fra la folla infervorata dall’idea del sangue e dalla voce acuminata di Maddalena. All’improvviso si ascolta una voce più alta che spezza la tensione. È la voce di un grosso cane pastore che si fa avanti dal bordo della strada e tuona contro di noi col piglio di un vero regista: «Lasciatelo stare, cretini! Non vedete che non è credibile, con quella faccia! Questa esecuzione è diventata una farsa! Non è così che salverete il Paese! Serve più sangue, più tragedia! Cacciatelo via! Trovatemene un altro!». Maddalena si scusa, ma come indispettita, e subito la folla, pentita per quella svista, si disperde e torna a casa, oppure al treno. Io, scacciato dalla produzione e perduto in quella città senza nome, perché ricostruita in studio ma non per questo meno italiana, mi ritrovo da solo e senza un soldo. Per la notte, cerco rifugio con altri disperati, militanti e comparse, in una scuola. Più tardi mi chiama Maddalena, anch’essa scacciata, e si scusa con me, ordini dall’alto mi dice. Non ha più un soldo e mi chiede se ho una stanza e se può rifugiarsi da me. Io le rispondo di essere al verde quanto lei e le dico, se vuole, di raggiungermi a scuola.

domenica 18 settembre 2016

follia e morte

Scrive Iosif Brodski, in Fondamenta degli Incurabili, che passando molti mesi dell’anno a Venezia, sua città del cuore subito dopo Pietroburgo, gli capitava spesso di incontrare degli italiani che si dicevano “comunisti”. Quando gli capitava, lui, che era cresciuto nel comunismo e fu condannato e processato e poi era fuggito dal comunismo di Stalin, doveva reprimere i conati di vomito se non veri e propri istinti violenti. Ancora Dmitrij Sostakovic, che in Russia visse sulla sua pelle il favore e il disamore di Stalin, al dittatore dedicò pagine feroci della sua musica, basti pensare alla sua descrizione della Quinta Sinfonia, opportunamente sottotitolata “Risposta ad una giusta critica”, dove la critica era quella di Stalin che stroncò con una tale durezza il suo Lady Macbeth, da far considerare a Sostakovic l’idea del suicidio. Dice Sostakovic: «Ritengo sia chiaro quel che accade veramente nella Quinta. Il giubilo è forzato, è frutto di costruzione. È come se qualcuno ti picchiasse con un bastone e intanto ti ripetesse: “Il tuo dovere è di giubilare, il tuo dovere è di giubilare”. E tu ti rialzi tremante con le ossa rotte e riprendi a marciare bofonchiando: “Il nostro dovere è di giubilare, il nostro dovere è di giubilare”». Una volta si diceva, con una certa ingenuità, che i comunisti erano il male e mangiavano i bambini. In realtà il comunismo, che era sinonimo di “Potere”, come qualsiasi altro potere del mondo divorava soprattutto gli artisti, perché gli artisti avevano voce rivoluzionaria, e quella che meno sopporta il Potere è la voce degli altri. Così anche Andrej Platonov, da alcuni considerato il maggior romanziere russo del ‘900, per quanto puramente comunista, lo era a tal punto da superare in fede (e dunque sbugiardare) i propri capi, e fu ridotto al silenzio col ricatto, quando presero suo figlio e lo spedirono in Siberia. In Cevengur, il suo capolavoro, Stepan Kopenkin, un cavaliere errante in groppa al suo cavallo chiamato Forza Proletaria giunge nel villaggio di Cevengur, sospeso in una atmosfera di follia e di morte perenne, portandovi nuova morte nel nome di Rosa Luxemburg e sondando così i confini del comunismo reale, in cui speranza e morte si confondono senza più soluzione né perdono.

sabato 17 settembre 2016

il lavoro culturale

Tutti ti chiedono un pezzetto di te, del tuo tempo, pochi ti dicono grazie, quasi nessuno è disposto a pagarti, quasi mai il giusto. Dunque il fallimento è sempre dietro l'angolo. Spesso ti chiedi perché, pochissime volte trovi una risposta e ogni risposta è comunque temporanea. Il luogo comune che con la cultura si acchiappa è mediamente falso, anche se si fantastica molto e con gusto. E poiché la cultura allunga il pensiero e il pensiero più è lungo più è lento, mentre si dispiega ci sono un sacco di tempi morti, che si alternano ad altri di attività febbrile che servono a riempire i buchi e mantenersi in forma, in attesa che il pensiero prenda forma e anche se non sempre porta a qualcosa di utile. Ci si stanca facilmente, ci si annoia spesso, in compenso anche la noia ha un sapore diverso.

venerdì 16 settembre 2016

guai

Sono stato alla presentazione di questo libro, Contro le donne, di Paolo Ercolani, edito da Marsilio, una sorta di storia della misoginia. A un certo punto l’autore ha detto che se c’è una cosa che accomuna, nella storia, tutte le culture e religioni del globo, è la convinzione che la donna sia un potentissimo generatore di guai. E a me, mentre lo diceva, è venuto da pensare che forse, se tutte le culture del mondo in ogni tempo e luogo dicono questo, magari è vero.

mercoledì 14 settembre 2016

i cliché dell'editoria italiana


- Le copertine di Gipi
- Il romanzo come ossessione fallica
- Pubblicare con Einaudi
- Celebrare il proprio passato da poeti (scarsi) come fosse un Eden perduto, vagamente imbarazzati come quando viene fuori quella volta che la mamma ti ha vestito da Arlecchino
- Gli uffici stampa che mandano i pdf ai giornalisti e le copie cartacee alle blogger da milioni di follower che si fotografano piedi, tazze e libri
- Disprezzare pubblicamente il successo economico
- Condannare pubblicamente qualsivoglia pratica sessista mentre si tediano trenta donne contemporaneamente in chat
- La disperazione
- L'omosessualità solo se problematica
- Il realismo
- L'idealismo
- Il dibattito pubblico
- Le quote (rosa, altermondialiste, di qualsiasi genere)
- Prendersela con gli editori a pagamento per non parlare mai dei compensi miserabili di molti editori non a pagamento
- Tentare di chiudere una polemica sui social con il tipico "scusami, adesso ho da lavorare"
- Le lettrici groupie
- Le lettrici groupie che entrano in redazione
- Sdoganare periodicamente questo o quell'autore ritenuto troppo commerciale fino a dieci minuti prima per poi dire "Ma come, non l'hai mai letto? Io lo leggo da quando avevo quattordici anni"
- Citare Tondelli
- Citare Pasolini
- Tentare una sintesi improbabile tra Tondelli e Pasolini
- Non parlare mai del sistema distributivo e dei monopoli (se ci sei dentro, ma anche se non ci sei: si sa mai riesci a entrarci)
- In compenso, avere sempre qualcosa da dire sulla disoccupazione giovanile, sui femminicidi e su Donald Trump
- Fabio Fazio finché non ci vai
- Gli editori e le librerie indipendenti come balsamo per tutti i mali (della società intera)
- La società
- I thriller
- Lacan
- Ascesa e caduta del ceto medio
- I regionalismi
- Il romanzo come ossessione fallica (l'ho già detto?)
- Il Partito Comunista
- L'erotismo da quarantenni solitarie e disturbate, l'erotismo come turbamento da prima volta al Sex Club
- L'adolescenza
- I poveri
- Le stragi di stato
- La mafia
- La morte del romanzo (restano però le ossessioni falliche)
- Le pagine Facebook a proprio nome
- La scrittura come dolore/sacrificio/olocausto
- Le saghe familiari
- I racconti no, ma sono così belli
- Il surrealismo solo se è francese, al più sudamericano
- La regola dell'iceberg di Hemingway (come la regola dell'amico)
- Hemingway
- La delegittimazione come principale strumento di critica letteraria
- Le copertine brutte
- Gli aggettivi "imperdibile", "intenso", "letterario"
- Cercarsi un pappa, un protettore, un magnaccia
- Cercarsi qualcuno da proteggere a propria volta
- I < 3
- I temi
- I titoli lunghi
- Il numero di battute
- Le sceneggiature mancate
- Le parolacce

Dal blog Malesangue