venerdì 22 marzo 2019

i refusi

I refusi sono più noiosi dei
Culicidi di notte: ti ronzano allarmati
nelle orecchie ma tu non puoi vederli
né difenderti finché non ti hanno punto
e allora è tardi. Estinguerli è impossibile
e purché stiano fuori dalle balle
si sopportano le prepotenze dei correttori
di bozze. Ma è inutile. L’autore appena
decente li segnala (i refusi)
con la flemma del giustiziere armato
di matita o penna rossa di contrabbando.
Occhio per occhio e dente per dente: l’editore
attende paziente la seconda edizione
per rifarsi eradicando il male alla radice
con un colpo secco di tastiera.
Ma gli impiastri non sembrano efficaci
contro irritazione o arrossamenti
e per ogni svarione eliminato un altro
si presenta improvviso e sono sempre quelli.

giovedì 21 marzo 2019

cinque pensieri sulla giornata mondiale della poesia

Oggi, giornata mondiale della poesia, sono sette anni giusti che se n’è andato Tonino Guerra. 

Oggi, giornata mondiale della poesia, ho deciso che chiunque incontro gli do un bacio, oppure una carezza, o una palpatina, così dopo potrà dire di essere stato toccato dalla poesia. 

Ogni anno, quando arriva la giornata mondiale della poesia, invece di sentirmi festoso e pronto a condividere versi, mi sento sempre un po’ così, come un esemplare che sta scomparendo e va preservato, quasi fossi un panda nella giornata mondiale del panda. 

Oggi, giornata mondiale della poesia, mi chiedo quand’è la giornata mondiale del romanzo. 

Oggi, giornata mondiale della poesia, ho chiuso l’ufficio e sono andato ai giardini a prendere il sole coi vecchietti, per gustarmi un po’ la sensazione della pensione che non vedrò mai. 
I vecchietti mi dicono che, di mio, ho già la stoffa per essere un ottimo poeta pensionato.

martedì 19 marzo 2019

l'editoria al tempo dei social

L'altro giorno su Facebook una mia amica ha condiviso la foto, assai bella, della poesia che apre un mio libro. Per quella foto ho avuto all'incirca duecento condivisioni, quindicimila like, undicimila cuori, duemila commenti che dicevano "è la cosa più bella che ho mai letto", trentamila "lo voglio" e, alla fine dei conti, neppure un ordine di acquisto. Così funziona l'editoria al tempo dei social. Buona festa del papà a tutti quelli per cui un libro è come un figlio che non riesci a mandare via di casa.


bambine

Nelle ultime due settimane, mi pare, protagoniste assolute delle discussioni social sono state due ragazzine, quasi coetanee, ma assai diverse fra loro per cultura, ragioni economiche, e possibilità di esprimere la propria voce: la prima è la moglie dodicenne “acquistata” da Montanelli in Africa, Milena, la seconda è la sedicenne (oggi, ma porta avanti la sua battaglia già da alcuni anni) Greta Thumberg. Per entrambe, mi pare, la categoria di “bambina”, così come la intendiamo in Europa, risulta inadeguata. Per Milena, la reazione a questa mia affermazione potrà essere fraintesa: Montanelli l’ha violentata, si dirà (si dice), dunque la sua innocenza è stata violata. Eppure, quello di Montanelli non fu uno stupro feroce attuato per strada (tipo quello di cui si parla nella Ciociara), fu una precisa compravendita col padre della ragazza, secondo un sistema ancora vigente in molte zone dell’Africa e nei paesi asiatici, dove lo sfruttamento sessuale dei minori è fonte cospicua di guadagno, dove dunque l’età dei minori non solo non è visto come un freno, ma anzi come un vantaggio o una necessità erotica per chi compra. A me pare, e continuo a pensarlo, che quello attuato con Montanelli sia stato un atto di revisionismo storico sul personaggio che ha toccato poco o nulla quello che sta succedendo su quei mercati adesso: è vero, il gesto mi ha ricordato che c’è un problema morale in Italia legato all’idea di “bambina”, ma intanto che stiamo facendo contro chi, dall’Italia, va a trombarsi le bambine in Asia? Ecco che, della storia di Milena, ci pensavo soltanto oggi, mi ha stupito il fatto che fra decine di articoli o di post, nessuno (nessuno, me compreso) si è posto la minima domanda su di lei: Chi era? Cosa le è successo? Cosa le è successo dopo? Come la pensava lei? Qualcuno l’ha mai intervistata? Tutta la storia è stata inquadrata dal punto di vista dell’uomo, persino da parte di chi lo condanna. Eravamo tutti così concentrati a dimostrare la colpevolezza morale o meno di Montanelli, che della vittima di quel commercio – al di là dello stupro, ancora legato a Montanelli – ce n’è fregato veramente poco a tutti. Anche questo, mi pare, è sintomatico che i bambini per noi contano più come categoria astratta in relazione a noi adulti che come persone vere e proprio (escludendo i “nostri figli”, si intende), ed è il motivo per cui un uguale atteggiamento, mi pare, si sta pian piano riversando su Greta. Prima l’ammirazione commossa, dopo l’ironia, il dubbio e infine il disprezzo. Già oggi, mettendo da parte il messaggio etico e ambientalista di venerdì scorso, la domanda generale è: ma è stata o non è stata pilotata? E ancora si dice: quella bambina è un mostro, perché una bambina non può pensare quelle cose. Come se i bambini non potessero avere una coscienza sociale o delle idee in merito alla vita, o del genio per esprimerle se occorre. Ed è la riprova che la categoria di bambino, per noi, è più una etichetta, o peggio una gabbia (ancora una volta una gabbietta morale), e non semplicemente una definizione legata all’età. Pilotata o meno che sia, mi pare che la domanda principale su Greta rimanga: Lei cosa pensa? Le idee e i sentimenti che esprime sono sinceri? E se lo sono, non bastano quelli a darle fiducia? E, ancora, se c’è chi la pilota, voi adulti che sapete e ritenete che, in quanto “bambina”, vada difesa, cosa state facendo per proteggerla? Per opporvi?

lunedì 18 marzo 2019

sogni ad occhi aperti

Stamattina ero così indispettito e frustrato dal mio conto in banca che ho fatto un sogno ad occhi aperti, nel quale decidevo di darmi un altro anno di tempo per vedere se cambiava qualcosa, dal 21 marzo 2019 al 21 marzo 2020 (gli davo persino un nome: l'anno mondiale della poesia), dopodiché mi rimangiavo tutte le cazzate che ho detto per anni, facevo il salto della quaglia (o ritorno coi piedi per terra) e passavo dritto dritto al lato oscuro della forza, ovvero all'editoria a pagamento. Vuoi fare un libro con me? Sono 1000 euro. Non hai 1000 euro da darmi? Ci sono altri editori bravissimi. Semplice, pulito ed efficace. In questo modo pagavo come si deve gli illustratori, pagavo finalmente un ufficio stampa, pagavo persino le bollette e le fatture, e tutti erano felici.

sabato 16 marzo 2019

vita breve di un nichilista felice

Era un individualista, ma un individualista non egoistico. Il mondo gli stava a cuore, eccome, ma come una galassia di fenomeni unici, tutti diversi gli uni dagli altri e sempre in movimento. Non appena subodorava accozzaglie costruite a forza, si ritraeva e, se poteva, fuggiva. Non amava la politica, e a volte fu anche scambiato – errore grave – per un reazionario. 
[…] Si sa, Parise è stato un ammiratore di Darwin. Gli interessava l’origine, quella sua e dell’umanità. Leggendo i suoi libri mischiava la prima con la seconda e forse trovava qualche consolazione. Col tempo – è questa la mia impressione –, dell’illegittimità famigliare gli è importato sempre meno. Si era abituato a considerarsi una persona sola. […] Era solo anche quando amava, anche quando il mondo dei sentimenti amorosi gli si era rivelato, lasciandolo attonito e stremato. 
La sua vera illegittimità era diventata quella letteraria. Ancora oggi è uno scrittore illegittimo. E si può supporre che questa condizione avrà finito per pesargli più dell’altra. Quanti scritti ha lasciato perdere per strada. E quante volte non è riuscito a darsi, mentre scriveva, con tutto se stesso. C’erano momenti che la fiducia in sé, come essere espressivo veniva meno. Si rintanava nel silenzio inoperoso.

Silvio Perrella, Vita breve di un nichilista felice, in appendice a Goffredo Parise, Lontano (Adelphi, 2009).

la cultura, senza morale

Ho letto un articolo prima, sulla storia di Montanelli, che è una boiata immensa. In cui a partire dalla famigerata vicenda della moglie-bambina si fa a pezzi la sua vita per dimostrare che di fondo era una brutta persona. Non importa cosa abbia scritto e come, era tutto fasullo e meritevole di damnatio memoriae. Il pezzo si conclude così: "La cultura, senza morale, non merita alcuna statua." Ma chi determina cosa è morale? A me queste cose fanno paura, ma davvero, questo mischiare le carte in tavola con il piglio dell'oggettività critica che critica non è, ma giudizio morale determinato dagli umori di pancia, dalla febbre del momento. Perché è da queste forme di pensiero che nasce l'odio, e dall'odio quella cosa odiosa che la censura, che per quel che mi riguarda è la prima forma di integralismo, e integralismo fa rima con fascismo, non con militanza. Montanelli comprò la ragazzina, è vero. E Pascoli si faceva entrambe le sorelle (si chiama incesto). Pasolini si inculava i ragazzini. Sandro Penna era come Pasolini. E così Palazzeschi. Marinetti, D'Annunzio, Ungaretti, i futuristi, tutti simpatizzanti o amici di Mussolini. E Piovene era addirittura antisemita. Malaparte partecipò all'omicidio Matteotti. Gadda era antifascista ma pervertito. Saba si trombava le commesse della sua libreria che licenziava ogni pochi mesi per cambiare. Ma questi sono i primi che mi vengono in mente. E mi pare che se andiamo a scavare i fatti di tutti, resta ben poco di chiunque da salvare. Ma il fatto che Picasso (o Woody Allen, o Miles Davis, o Lou Reed) fosse un mostro, un pezzo di merda che distrusse psicologicamente ogni sua amante per renderla succube di sé, rende forse meno bella o valida la sua Guernica? O invece sarebbe meglio bruciare ogni suo quadro perché la sua morale come uomo vacillava?

giovedì 14 marzo 2019

il signore sporco

Ho salvato un lombrico, un innocuo viscido roseo lombrico che si contorceva per strada, lontano dalla sua aiuola dopo le piogge. L’ho preso dal marciapiede e l’ho deposto nella terra prima che venisse calpestato o si seccasse. Mentre lo facevo, è passata una signora col figlio piccolo che mi ha guardato. Così, l’ho sentita dire al figlio piccolo, a bassa voce: “Tu non devi fare come quel signore!”. “Chi è?” ha chiesto il bambino. “Quello è un signore sporco” ha detto la madre. Ecco, volevo raccontarlo soprattutto perché mi piace la definizione che mi è stata data, il signore sporco, come in una prosa della Lamarque. Però, visto che so come finiscono queste storie, con una serie di giudizi morali lanciati contro la madre e le sue fisime, spezzo una lancia a suo favore e chiedo: quanti di voi raccolgono i lombrichi per strada per rimetterli nella terra delle aiuole?

martedì 12 marzo 2019

una causa più alta

Leggendo il (bel) pezzo di Zad El Bacha sul gesto dimostrativo contro il monumento di Montanelli da parte del collettivo femminista NUDM, ho capito le motivazioni profonde del gesto. Eppure, ammetto che vedere imbrattata la statua di uno scrittore, di un uomo che cioè scrive, che racconta il proprio tempo, continua a darmi fastidio e farmi pensare che scegliere proprio quella statua, invece di mettere a fuoco il problema lo abbia come banalizzato e spento. Perché, al di là di tutte le possibili interpretazioni simboliche, quello è e rimane il monumento a Montanelli giornalista e non a Montanelli colonialista. E l’idea che non si possa scindere la propria identità lavorativa da quella umana mi sembra in qualche depauperante. Così, utilizzare quel monumento come pietra dello scandalo per denunciare il trattamento verso le donne africane subito durante il colonialismo, mi pare un po’ come se si volesse annullare un percorso umano più complesso, per riassumere l’intera vita di Montanelli in un solo gesto infamante. Un po’come se si andasse a dimostrare sulla tomba di Céline per denunciare la deportazione degli ebrei francesi. O come se si censurasse l’ultimo film di Woody Allen per riparare ai danni delle molestie sessuali nel mondo cinematografico americano. Ancora si dice: quella messa in atto non è una presa di posizione contro Montanelli in se stesso, ma contro ciò che rappresenta come maschio italiano dell’epoca. Si chiama politica del capro espiatorio. Ne condanni uno per assolvere tutti gli altri. In questo caso quell’uno è il giornalista Montanelli. Uomo di destra, di cultura orgogliosamente borghese, spesso arrogante. Insomma, uno che sta poco simpatico. E Montanelli, in effetti, si comportò da stronzo nella storia di quella bambina, tanto più che, senza mai scusarsi, cercò sempre di giustificarsi. Eppure, a differenza di altri, Montanelli ne ha parlato pubblicamente. Di tutti gli italiani che con lui si vogliono riassumere ma non hanno mai parlato, che vogliamo fare? Dei vostri nonni, dei bisnonni, che ne facciamo? Li lasciamo in pace perché Montanelli paga pegno per tutti? Ecco allora che mi chiedo: non sarebbe stato più giusto, visto che il problema era il contesto, andare a gettare quel secchio di vernice su un qualsiasi monumento dedicato alle guerre coloniali, prenderli tutti insieme e non uno per tutti? Ce ne sono, in Italia, di monumenti collettivi, anche se la memoria storica li ha velocemente oscurati. No, perché Montanelli avrebbe causato più scalpore, proprio in virtù di quella vicenda di cui si è detto e su cui si è montato negli anni un caso mediatico. In altre parole, ancora una volta è vero che è il contesto a fare la differenza, ma il contesto televisivo che ci permea tutti, il contesto populista in cui viviamo e in cui servono persone, con nomi e cognomi, da mettere alla gogna, lo stesso contesto di massa, del più forte contro il più debole, che portò Montanelli (o Malaparte, per dire un altro) in Africa a fare quello che facevano tutti senza opporsi: prendersela con una persona che non può difendersi, in nome di una causa o di una giustizia più alta.

lunedì 11 marzo 2019

spalle larghe

Quando arriva primavera, non so perché (sarà forse colpa dell’ormone in subbuglio) passo le ore al telefono con gli autori che hanno i problemi di cuore. Io sono l’editore, e come dice sempre Tardia (altro mio autore): “Parlare a un editore è come avere lo psicologo, solo che lo psicologo lo paghi”. Io provo a spiegarlo agli autori che, se invece di parlarne con me, le loro paturnie le scrivessero, si sentirebbero assai meglio, che la scrittura in queste cose è meglio di una cura di antibiotici. Ma nulla. Gli autori vogliono sì un editore ma anche un amico con le spalle larghe. Dunque ne parlano a lungo con me e poi mi chiedono: “Tu al posto mio cosa faresti?” Risposta: “Io scriverei un libro, così monetizziamo il tuo dolore”. (Che si sa che le storie d’amore tormentate, ahivoglia a dir di no, piacciono sempre). Ma nulla, nessuno mi segue mai su quella strada.

autoritratto come polifemo