lunedì 17 giugno 2013

la morte dei nonni

Uno è morto di sera, sognando la pioggia che oscura e rinfresca l’estate, ma senza avere più sete.
L’altro nel suo letto ortopedico, col becco rivolto alla finestra e le tende chiuse. Com’era bello nell’abito scuro, elegante come da tempo non si vedeva.
Fuori la strada è tappezzata di manifesti, annunciano la fine di un’era senza importanza, una storia di uomini che portano con sé pochi oggetti riposti negli angoli della bara: il tagliaunghie, il rasoio, lo spazzolino da denti, il cappello e il fazzoletto intonati, il portafogli di pelle consunta, gli occhiali, il mazzo di carte da gioco. L’orologio fermo ad un’ora. Le sigarette messe da parte, per un ultimo tiro, otto anni prima.

venerdì 14 giugno 2013

l'aria

Il giorno in cui è morto mio nonno, lui era così grande che quasi non entrava nella cassa. Ci stava stretto con le spalle larghissime e toccava il fondo con la suola lucida delle scarpe, le sue grosse mani spingevano sui bordi per uscire. Sembrava goffo, come chi non si sente a suo agio col proprio destino mortale e se ne sta sull’attenti, aspettando un qualsiasi accidente che lo salvi dall’imbarazzo. Più di tutto, però, di lui spiccava il naso, con la sua gobba secolare e le narici storte a forza di annusare l’aria, lo vedevi ergersi oltre l’orizzonte immacolato della bara, come ad inseguire l’aroma denso di caffè, preparato per noi dai vicini nel primo mattino. Sarebbe stata la prima colazione che saltava dai tempi della guerra, e anche per questo, forse, ci teneva il muso e rifiutava di parlare con chiunque.

Nota. Con questo raccontino si conclude il piccolo romanzo a puntate sull’amicizia con mio nonno Antonio, venuto a mancare ieri, 13 giugno. L’ultima cosa che ha detto è stata: “Così è la vita”, poi è morto. Nei prossimi mesi mi piacerebbe raccogliere tutti i raccontini scritti intorno a lui negli ultimi due anni e pubblicare un libro in sua memoria e in memoria dell’altro mio nonno, Donato, morto cinque giorni prima, l’8 giugno, anticipando di pochissimo il suo amico.

giovedì 13 giugno 2013

imperfetto

Ti trascinano i dottori senza scopo
senza fare previsioni né scongiuri
un altro giorno ancora di dolore
dove i buchi secchi nelle braccia
accolgono farfalle – la speranza
di una parola intellegibile –
e non sanno come ormai sei tutto cuore

(non conoscono il dolore
nel tuo sguardo fesso
quando passo a controllare come dormi
né il sapore della fine nel tuo fiato
il rantolo convulso che t’affoca)

anche se con precisione dottorale
mi spiegano il congegno muscolare
imperfetto
come batte per inerzia nel tuo petto
e quando poi s’inceppa – mi dicono –
tu muori.

martedì 11 giugno 2013

un uccellino che viene dal fiume azzurro

Dopo la Lunga Marcia fu fatta in Cina una grande battaglia contro gli uccelli che sterminavano il raccolto di riso nelle pianure del Fiume Azzurro. Studenti e soldati stettero giorni e notti nei campi dell’immensa regione a battere coi sassi contro latte e bidoni o anche strofinando canne di bambù in modo che il rumore e il fracasso impaurissero volatili grandi e piccoli così da non farli riposare a terra. La nuvola immensa di uccelli spaventati restò in aria sette giorni e poi caddero sfiniti nei dirupi o affogarono nell’acqua dei fiumi. Soltanto un piccolo uccello arrivò a Pechino ed entrò in una finestra aperta del monastero dove già da anni vivevano gli eunuchi relegati là dentro fino all’estinzione. Anche loro spazzati via dalla grande gabbia che era la casa imperiale. Adesso ne era rimasto uno solo nel convento. Il suo ultimo compagno era morto già da diversi anni. Vecchissimo perché aveva servito l’imperatrice madre Tseu-hi morta nel 1909. Erano quattrocento gli eunuchi ed era rimasto solo. Quell’uccellino viene a fermarsi proprio sul bordo della sua ciotola di riso. E allora lui che forse vede in queste piume la sua antica padrona torna a servire con gesti umili e riverenti. Apre il becco dell’uccello e gli mette dentro un chicco di riso. Così fino a quando capì che era sazio. E dopo dormirono lui sulla stuoia e l’uccellino accanto a lui perché erano stanchi morti.

(Tonino Guerra)

giovedì 6 giugno 2013

da una lettera di cechov

Il pittore Levitan è qui in visita. Ieri sera siamo andati a caccia; lui ha sparato a un beccaccino che, ferito a un’ala, è caduto in una pozza d’acqua. L’ho raccolto: un lungo becco, due grandi occhi neri e un bellissimo piumaggio. Mi guarda, stupito. Che farne?
Levitan corruga la fronte, chiude gli occhi e mi prega, con un tremito della voce: “Caro, schiacciategli la testa col calcio del fucile”.
Io rispondo: “Non ho il coraggio”.
Lui seguita a stringersi nervosamente nelle spalle, a scrollare il capo e a implorare. E il beccaccino a guardarci con stupore.
Ho poi dovuto obbedire a Levitan e ucciderlo. Una bella creatura innamorata di meno, e due imbecilli che tornano a casa e si mettono a tavola.

domenica 2 giugno 2013

ritratto di salvatore masciullo


testamento

Di te ci rimarranno le frasi consumate
(come fossimo dal rigattiere) le filastrocche da tenere a cuore
e non il tuo corpo collassato o il materasso impregnato di sangue
non tutti i tuoi buongiorno senza più voce
ma le parole sconclusionate le amate parole inventate
apposta per noi per darci risate:
“Daunbilata” “Toppola” “Perbacco Patate”
e il tuo motto di sempre “La vita è un voltavita”.