mercoledì 22 maggio 2019

cartolina apocrifa

Stanotte ho sognato di scrivere questa cartolina apocrifa, nello stile di quelle bellissime di Franco Arminio in Cartoline dai morti
«Adesso mi ricordo quella volta che sono uscito dal medico sapendo che avevo un tumore grosso come una mela che mi cresceva dentro e che, se andava bene, mi restavano sei mesi di vita. Ho guardato il cielo e ho pensato che era così bello che c’era da piangere, invece non so perché ridevo».

domenica 19 maggio 2019

priscio

Quelle rare volte che ti dicono: "Cazzo, ma sei bravo!" con quel misto di sopresa e compiacimento di chi sospettava che eri bravo ma tutto sommato sembravi anche un po' cazzone e invece no, sei proprio bravo... E anche se tu lo sapevi già di essere bravo, ma appunto non te lo dice mai nessuno, quelle rare volte che succede ti prisci in maniera indecorosa.

gabinetto

Ieri una mia amica mi ha confessato che la metto a disagio, che quando legge le cose che scrivo la faccio star male perché spesso non condivide quel che dico, ma non avendo i miei stessi mezzi espressivi non si sente all’altezza di discuterne con me, anche solo per dirmi che sto sbagliando. E io che, per carattere e cultura, mi sono sempre imposto di usare un linguaggio semplice, immediato, di evitare i paroloni, di essere il più chiaro e colloquiale possibile con tutti, cercando l’apertura, il dialogo, mi ritrovo sconfitto dalla mia stessa cultura che non ha creato nessun dialogo, anzi, ha creato soltanto silenzio. Insomma, mi sembra quasi che un intero progetto di vita sia finito dritto dritto nel gabinetto.

mercoledì 15 maggio 2019

il dubbio

Il buongiorno si vede dal mattino, oppure i sogni son desideri. Fatto sta che mio fratello mi dice: "Stanotte ho sognato che eri morto". Mai nessuno che sogni invece che io diventi ricco. Perché?

lunedì 13 maggio 2019

pronuncia

Continua a tornarmi in mente la signora che all'ultima presentazione che ho fatto a Firenze, io leggevo delle poesie nel dialetto del mio paese e lei mi rispondeva che non era giusta la pronuncia perché si ricordava bene della lingua che aveva sentito parlare a Taranto l'ultima volta che ci era stata, venti anni fa.

domenica 12 maggio 2019

le cose più belle del salone (per me)

1.La prima in assoluto, quando a una presentazione, ero seduto dietro, si apre uno spiraglio nel pubblico e Nadia Terranova, che sta presentando una scrittrice, si è girata verso di me e mi ha sorriso, cioè proprio a me, non a quello seduto dietro o a fianco, e io ero talmente contento che le ho risposto con la V di vittoria (che non c’entrava nulla, ma…); 
2.Il mio vecchio cappello da baseball nero, che ho perso regolarmente dovunque in Europa (da Madrid a Siracusa) e anche stavolta al Salone, ma è stato eroicamente ritrovato al largo dei bastioni di Orione, vicino alle porte di Tannhäuser, da Angelo Biasella e Francesco Coscioni di Neo Edizioni, che ringrazio perché sono super, come persone e come editori; 
3.La ragazza sconosciuta che a cena si avvicina e mi dà uno scontrino: tieni, ti regalo un gelato al limon! 
4.Marianna Carabellese che si abbassa nei selfie se no fa notare quanto sono più basso di lei; 
5.Due chili di libri fra regalati e acquistati che mi sono dovuto rispedire a casa perché in aereo pesavano troppo; 
6.Les Flâneurs Edizioni e Interno Poesia che erano lì per la prima volta con uno stand tutto loro, con quel misto di apprensione e di ambizione di chi vuol provarci, e anche se io quel coraggio (e quella fiducia) non ce l’ho, credo che sia bello e faccio il tifo per loro; 
7.Tutti gli amici visti, rivisti, stravisti, ritrovati, anche dopo anni, che ti salutano e ti fanno: “Lillo, come va?” come se vi foste lasciati il giorno prima. E tu pensi che l’editoria, proprio come il mondo, è fatta di AMICIZIA. Lo diceva Saba e io penso che aveva ragione lui.

la grande festa

Sempre più, a ogni anno che ci vado in varie vesti, il Salone del Libro mi sembra simile a un enorme corpo che si nutre di se stesso. Istituzione del Libro, vive divorando gli stessi editori che il Libro fanno, mungendoli di tutto ciò che hanno (soldi, tempo, energie) in vista del grande sogno: pubblicità per una settimana, contatti, vendite necessarie a tamponare in parte le spese ingenti. Un luogo dove tutto ha un costo, persino l’aria che respiri e dove in realtà i libri sono il pretesto per l’evento e non viceversa, proprio come a Sanremo. Tutto inutilmente, visto che alla fine, per usare la metafora kennediana, la festa generale della cultura camuffa gli ingranaggi economici per cui quello che prende il Salone agli editori è sempre qualcosa in più di quello che ricevono gli editori dal Salone, anche quando negano la cruda realtà parlando della necessità di esserci. Necessità, ovviamente, imposta dal sistema culturale per cui o ci sei o non sei. In quest’ottica è quasi singolare che nel 2019 l’unico editore che sia riuscito a strappare al Salone tutto ciò che il Salone promette senza dare sia l’editore fascista scacciato dal Salone stesso e per questo non fagocitato dalla macchina tritacarne in cui la cultura di rigira beata come un maiale nel fango. Altaforte, scacciato dal tempio della cultura in nome di una purezza che non esiste più da un pezzo, e rigettato attraverso il gossip nel mondo là fuori, ne ricava – in scorno agli altri editori – pubblicità, la sua settimana di gloria mediatica e vendite senza spese, il massimo che dal Salone si possa ottenere non perdendo un briciolo della propria identità politico-culturale che poi è stata la vera pietra dello scandalo. E intanto che si gridava alla vittoria (simbolica) della cultura sul fascismo, a Casal Bruciato una famiglia rom veniva minacciata dalla presenza di Casa Pound, e mentre il sindaco Raggi andava a trovarla (quello sì un gesto forte e deciso), Di Maio dichiarava che vengono prima gli italiani. Dunque esattamente, che vittoria contro il fascismo è stata? A me pare che il Salone, come corpo culturale, ancora una volta abbia rifiutato il confronto in nome della festa dietro cui girano i soldi (anche se mi rendo conto che c’erano troppi interessi in gioco per una tale fermezza). Quando, a mio avviso, avrebbero dovuto semplicemente rileggersi il messaggio insito nella parabola del figlio prodigo: non è scacciando tuo figlio/fratello peccatore che risolvi il problema, ma riaccogliendolo in casa e mettendolo di fronte alle proprie responsabilità famigliari.

venerdì 3 maggio 2019

sicurezza

Ci sono questi due casi che riecheggiano sui giornali da giorni. Da una parte c'è il ribattezzato gruppo degli Orfanelli, che qualcuno dice sia un nome offensivo e sprezzante, mentre a me pare solo indicativo di uno stato di malessere: otto persone che si definiscono, anche se per scherno, “orfanelli”, qualcosa la vorranno pur dire, o no? Dall'altra due ragazzi, che i giornali continuano a indicare prima di tutto come “esponenti di Casa Pound” (giustificando in quello la radice del male), che hanno la stessa età degli orfanelli e che, dopo aver pianificato lo stupro di una donna, mandano il video al padre per approvazione. Questi due casi non hanno quasi nulla in comune fra di loro, però salta subito all’occhio questa insana abitudine di girare video da mostrare agli altri per rendere più vera la situazione, perché – cresciuti come sono in una dimensione social, in un eterno presente – senza quel filtro, sono scollegati emotivamente dalle loro azioni, e dalle loro conseguenze. Ovviamente i ragazzi non tutti sono uguali, e per ognuno di loro ce ne sono altri mille sani. Però dobbiamo cominciare a capire che quelli non sono l’eccezione, i casi umani straordinari, sono una parte sociale importante del mondo che ci aspetta, a cui stiamo contribuendo col nostro abbruttimento culturale. A me hanno ricordato i ragazzini che qualche anno fa lanciavano i sassi dai cavalcavia. E mi chiedo quanti loro coetanei sono in giro a vessare lo scemo di turno, a infilare i petardi accesi in bocca ai cani per il solo gusto di mutilarli, a violentare giovani turiste straniere o a pianificare lo stupro della Milf di turno, eccitati dall’ultimo porno scaricabile in rete, ma già pronti a trasformarsi nei futuri hater manovrabili a comando dalle forze politiche che invocano più sicurezza per tutti.

giovedì 2 maggio 2019

panico al salone

Un giovedì di panico, quando cerchi di fare l'accredito professionale al Salone del Libro di Torino e scopri che quest'anno sono diventati più fiscali che alla Casa Bianca e ti chiedono: 
1) la foto seria da mettere sul badge, lì dove ti accorgi che fra centinaia che te ne sei fatto non ce n'è una (una sola!) in cui sei serio; 
2) chi è quello vero fra i due: il Vitantonio Lillo-Tarì dei documenti o l'Antonio Lillo che sta sulle copertine dei libri e quando tu rispondi incautamente che sono veri tutti e due, puntualizzano che questo è il Salone del Libro di Torino, mica un romanzo di Pessoa, e dovendo sceglierne una sola ti perdi fra le due identità.

mercoledì 1 maggio 2019

contesto e comunità

Leggo i vari post che si condividono in merito e continuo a pensare che sul caso di Manduria si sia sbagliato e si stia sbagliando tutto, perseguendo modalità tipiche del più tipico giustizialismo italiano. Adesso tutti gridano al linciaggio del branco, ma quel branco, smontato, è costituito da un gruppo di ragazzini immaturi e calati in un contesto che li copriva. Non era un insospettabile isolato con dei problemi sociali, ma erano una decina di persone, cresciute in ambienti bene, seguite a scuola, che hanno vessato il pensionato per sette anni (!) nel silenzio di tutto il paese, che non ha visto o sentito nulla, dai parenti ai vicini ai servizi sociali, per sette (sette!) anni. E adesso che si fa? Si sceglie la via più facile, si dice che quei ragazzini sono bestie fuori dal contesto e si invocano indignati pene severissime ed esemplari, dopodiché accusati di omicidio li si manda in prigione (e se va bene in comunità) a rovinarsi definitivamente la vita e si continua a vivere tranquilli e con la coscienza pulita per aver fatto giustizia, ma dopo. Purtroppo così non hai risolto il problema, che è un problema sociale e comunitario, lo stesso problema che ha permesso, nel silenzio, che quell’omicidio avvenisse. Lo minimizzi, dicendo che è un problema dei singoli ragazzi, dai sfogo alla rabbia di qualcuno e recuperi la faccia, ma non dovrebbe funzionare in questo modo. Servirebbero delle scuse pubbliche secondo me, servirebbe un intero paese che si assume le sue responsabilità di comunità e dice: “Abbiamo sbagliato tutti, dobbiamo capire dove, dobbiamo migliorare, ma per prima cosa non abbandoneremo quei ragazzi a se stessi come abbiamo fatto finora, cercheremo di recuperarli, con le buone e con le cattive, e recuperando loro cercheremo di capire i nostri stessi errori e sanare ciò che non va in noi come genitori e come adulti”. Altrimenti, come al solito, ci si limita a fare chiasso, tanto rumore per nulla fino alla prossima vittima.

lunedì 29 aprile 2019

cittadinanza

Continuo a ripensare, con dolore, al pensionato ucciso in un paese qui vicino. A Di Maio che dice che la sicurezza dei nostri concittadini deve venire prima di tutto. E al fatto che quei ragazzini annoiati, imbecilli o delinquenti che fossero, erano nostri concittadini anche loro, e che per qualcuno è più facile puntare il dito contro il nemico quando viene dal mare rispetto a quando ce l'hai già dentro casa. Che forse quei ragazzi, adesso che nel cuore non sono più nostri concittadini, perché non li riconosciamo come tali, sono pur sempre figli di nostri concittadini, e quindi, a sentire la Meloni, per induzione, dovremmo togliere la cittadinanza anche ai genitori, così come ai loro insegnanti che li hanno educati male e tutti quelli che sapevano e tacevano come si fa da sempre in provincia in questi casi. Tutti fuori dall'Italia, insomma. E mi chiedo se quei ragazzi, prima di perdere la loro cittadinanza, erano cattivi dentro o lo sono diventati dopo. E se erano cattivi dentro, perchè li abbiamo presi a bordo invece di lasciarli affondare? E se lo sono diventati, con chi ce la prendiamo adesso che non li possiamo ributtare in acqua?